Alieni23 min read
Reading Time: 16 minutesEra una fresca sera d’estate e in montagna si respirava un’aria pulita e tonificante. Arturo aveva l’impressione di rigenerarsi a ogni respiro che prendeva.
Si alzò dalla sedia sdraio dove aveva passato l’ultima ora e decise di fare una camminata nel bosco.
Raggiunti i primi alberi si guardò alle spalle e in lontananza vide la baita dove soggiornava e l’erba alta che ondeggiava sospinta dal vento, poi passò oltre e si trovò come in un altro mondo.
Lì il sole giungeva a fasci sottili e le ombre abbassavano di qualche grado la temperatura. Il bosco appariva quanto mai vivo con i suoi piccoli rumori che suggerivano un senso di energia proliferante, di vita presa in un ciclo continuo di creazione e annientamento.
Arturo continuò a camminare finché non vide una casetta, in lontananza, sembrava quella di una strega, in pietra e col tetto spiovente. Accanto alla casa c’era un recinto con delle galline che razzolavano e dal camino spuntavano nuvole di fumo.
Arturo si avvicinò e le galline, notandolo, presero a starnazzare. Pochi secondi dopo sulla soglia della porta principale, compariva una donna che della strega aveva ben poco.
Era formosa, aveva i capelli rossi e la faccia piena di lentiggini. Le labbra, polpose come due more mature, sorrisero.
“Salve” disse.
“Salve” rispose Arturo.
“Che fa da queste parti?”
“Passeggio.”
“Lei è di città, vero?”
Arturo annuì. “Da cosa lo ha capito?”
“Dal fatto che è grigio” rispose la donna, sempre sorridendo.
Arturo aggrottò la fronte. “Che significa che sono grigio?”
“Tutti quelli che vengono dalla città sono circondati da una nuvola di grigiore. Io li identifico subito.”
“Oh!” disse Arturo e si guardò intorno come se potesse indentificare la nuvola di cui aveva parlato la donna.
“Vuole della zuppa?” domandò la donna.
“Perché no? Se non disturbo…” rispose Arturo.
“Entri pure. Ho preparato una vellutata di funghi.”
Arturo entrò nella casetta. Era molto semplice e pulita. La prima stanza era anche la principale. Il pavimento era in assi di legno, al centro era installato un grande tavolo di noce e su una parete si apriva il camino; sopra il fuoco era sospesa una pentola da cui si levava un gradevole odore.
“Prego si sieda” la donna indicò il tavolo. “Io mi chiamo Isolde.”
“Io sono Arturo, piacere”, Arturo si accomodò e continuò a studiare l’ambiente. Su una parete c’era un grande armadio e sopra l’armadio, su un cesto di vimini, era appollaiato il più grosso gatto nero che lui avesse mai visto, sembrava una pantera nana.
“Quello è Gregorio” disse Isolde.
“Intende il gatto?” chiese Arturo.
“Esatto. Ha parecchi anni. Ormai si muove solo per mangiare.”
Arturo continuò a perlustrare e individuò una piccola libreria le cui mensole erano occupate da libri che sembravano molto antichi, alcuni avrebbero potuto essere codici medievali.
“Quei libri trattano di cucina” disse Isolde.
“Lei è brava a cucinare?” domandò Arturo.
La donna versò della zuppa in un piatto e lo pose sul tavolo, insieme a un cucchiaio di legno. “Lo scoprirà da sé, prego si serva, non faccia complimenti. Che ne dice se ci diamo del tu?”
Arturo impugnò il cucchiaio, “Dico che va benissimo” e ingoiò la prima cucchiaiata di vellutata. Era deliziosa, la migliore che avesse mai assaggiato.
“E’ buonissima!” disse, dopo aver quasi vuotato il piatto.
“Mi fa piacere sentirtelo dire. Sai, non ho usato solo funghi per cucinarla.”
“Ah, no? E cos’altro hai usato?” domandò Arturo dopo aver vuotato il piatto.
Senza che lui lo chiedesse, Isolde lo riempì con altra zuppa. “Delle erbe che ho reperito nel bosco. Il bosco è l’equivalente del supermercato di voi grigi per noi che viviamo la montagna, solo che i suoi prodotti sono gratis.”
“Uhmm, davvero squisita!”, Arturo continuava a mangiare la zuppa, raccogliendola a cucchiaiate veloci; era così preso dall’appetito che nemmeno sollevava il capo dal piatto.
Stava per complimentarsi per l’ennesima volta con la cuoca, quando, anziché un “brava”, dalla bocca gli uscì un “grunf!”.
D’improvviso il cucchiaio gli sfuggì di mano; fece per raccoglierlo dalla tavola ma non ci riuscì perché le dita si erano unite trasformandosi in uno zoccolo duro e il suo braccio era diventato una cosa spessa e rosea, cosparsa di una peluria biondastra.
Disperato, Arturo si rivolse a Isolde la quale, sempre sorridendo, prese uno specchio ovale affinché lui si osservasse. “Da grigio ti stai trasformando in rosa, caro Arturo, un bel maialino rosa!”
Con terrore, lui osservò sullo specchio il proprio volto mutare: da lungo e scavato diventare tondo e pieno; i capelli sparirono come assorbiti dalla pelle del cranio; le orecchie si accorciarono ai lati e si affilarono sulla cima: il naso, diritto e severo, divenne una cosa tonda e sporgente, con due buchi larghi al posto delle narici.
Il corpo tutto si accorciò e ispessì e alla fine, non più in grado di rimanere seduto, Arturo cadde sul pavimento, roteando gli zoccoli in aria e grugnendo disperato.
Isolde abbassò un braccio, gli afferrò una zampa e lo capovolse, di modo che lui rimanesse ritto sui quattro zoccoli.
“Ecco, ora hai finito di trasformarti e sei uno splendido maialino, come ti senti?”
“Grunf Grunf!” strillava Arturo, sempre più nel panico.
D’improvviso il volto di Isolde divenne serio, quasi truce. “Immagino tu lo abbia capito: non sono una semplice, cuoca, ma una strega. Le mie non sono semplici zuppe, ma pozioni che producono effetti bizzarri in chi le sorbisce. Sai perché ho deciso di trasformarti in maiale, Arturo?”
Arturo non poteva rispondere a modo, ma i suoi “grunf” disperati equivalevano a un “no”, non lo sapeva.
“Perché lo sei. Tutti voi grigi che risalite la montagna, lo siete e tu in special modo, commendatore Arturo Brambilla!”
Arturo smise di strillare, colpito dal fatto che la strega sapesse il suo cognome e il fatto che era commendatore, nominato tale dieci anni prima dal Presidente della Repubblica in persona, per meriti sul lavoro ovvero per aver distrutto e ricostruito. Sì, perché Arturo era un imprenditore edile; comprava, vendeva e ricomprava terreni, vinceva appalti e costruiva edifici, per lo più palazzoni grandi e squadrati come scatole da scarpe.
“Sei sorpreso che sappia chi sei, vero?” domandò la strega Isolde. “Mi sono informata su di te. Non sei qui per un caso. Non sei risalito dalla grigia Milano a bordo di un suv grande come una crociera per prendere il sole e mangiare pizzoccheri con polenta taragna. Tu sei qui per comprare il terreno dove si trova la baita nella quale alloggi. Vuoi comprare, distruggere la baita e rovinare questa bellissima montagna mettendo in piedi il solito residence dove grigi cafoni come te verranno a vacanzare d’inverno e d’estate, rompendo la quiete, seminando il caos, portando altra distruzione. Ma io non lo permetterò!”
Arturo era incredulo. Dunque, la strega gli aveva teso una trappola. Col suo sorriso seducente e coll’odorino della sua pozione, lo aveva trasformato nel maiale che era!
“Cosa ti avevo detto prima, a proposito di Gregorio?” disse Isolde. “Si alza dal cesto di vimini solo per mangiare e da come ti sta fissando, credo che veda in te una cena ideale…”
Arturo rivolse i suoi occhietti porcini verso il sopra dell’armadio e vide che l’enorme felino si era sollevato e lo fissava con avidi occhi gialli.
“Fuggi maialino!” gridò Isolde. “Fuggi se non vuoi finire nella pancia del mio gatto!”
D’un balzo, Gregorio fu giù, sul pavimento, e lanciò un miagolio che suonava come un ruggito.
Arturo non se lo fece ripetere e fuggì per la porta che era rimasta aperta.
Il bosco, ora, gli appariva oscuro. Beh, in effetti lo era oscuro più di prima, perché il tempo era passato e il sole si era abbassato ancora di più, lasciando di se stesso, giusto uno spicchio oltre la cima della montagna.
Gli alberi, sospinti dal vento, sussurravano in modo lugubre e un gufo, da qualche parte, emetteva a intervalli regolari il suo verso, simile a un sinistro singhiozzo.
Arturo correva tra l’erba alta, ogni tanto inciampando in qualche radice d’albero sbucata dal terreno. Correva veloce, motivato dal più antico degli istinti, che accomuna umani e bestie, quello di sopravvivenza. Tale istinto era minacciato dal gatto Gregorio che si era gettato al suo inseguimento. Se il terrore di venire mangiato rendeva Arturo veloce, gli confondeva anche le idee rendendo la fuga confusa, priva di strategie.
All’ennesimo inciampo, Arturo non fu in grado di rialzarsi perché rotolò giù per un pendio, si scorticò la pelle rosea e morbida contro rovi e aghi di pino e finì con lo schiantarsi contro un tronco.
Dolorante, si rimise in piedi, scrollò il capo e sollevò lo sguardo e allora lo vide: Gregorio, nero come la morte, sulla cima del pendio, che lo fissava con i suoi gialli occhi da diavolo.
“Miaoooo” miagolò il felino avanzando lentamente. “Perché fuggi, commendatore? Lo sai di non avere speranze: io sono un predatore e tu una preda, io ho artigli e tu zoccoli. Accetta il mio saggio consiglio: rassegnati al tuo destino!”
“Io… tu… parli?” domandò Arturo, indietreggiando fino a trovarsi con le spalle addossate a un pino.
“Io parlo la lingua comune a tutti gli animali, lingua che ora comprendi dato che sei pure tu una bestia” rispose il felino mentre si avvicinava. “Facciamo un patto, commendatore: tu smetti di fuggire e io ti regalerò una morte rapida. Nemmeno ti accorgerai d’esser morto, una zampata veloce: zac!”
Quel “zac!” aggiunse terrore al terrore; Arturo si guardò intorno senza sapere quale direzione prendere; il bosco non offriva salvezza, ovunque era fitto d’alberi e di cespugli.
“Fermo lì, gattaccio!” echeggiò improvvisamente una terza voce.
Arturo guardò alla propria destra e, dalle ombre, vide emergere un cinghiale. Era enorme. Al piccolo maialino, alto al garrese, appena sessanta centimetri, sembrò un mammuth.
— – – – – – –
“Tu pensi di essere stata rapita da un alieno?”
“Non ne ho idea, ma so che ho perso conoscenza per circa mezz’ora e che in quella mezz’ora potrebbe essere accaduto di tutto. Magari sono stata portata dentro il disco volante, mi hanno fatto degli esperimenti e poi mi hanno ricondotta fuori.”
Arturo non commentò, gli sembrava tutto pazzesco. Guardò l’ora: le dieci e mezza.
“Perché non dormiamo?” propose. “Mi sembra l’unica cosa da fare. Domattina ci informeremo sulla possibilità di fare una Tac.”
Giorgia non rispose ma andò in bagno e ci si chiuse dentro.
Arturo sospirò.
“Che vacanza di merda” pensò.
Lui e la sua ragazza avevano trascorso il viaggio litigando come forsennati, poi lei era stata rapita dagli alieni o almeno era ciò che sosteneva, e ora aveva l’aria di uno zombie.
Arturo sentì il rumore scrosciante della doccia provenire dal bagno. Sospirò una seconda volta e si sollevò dal letto. Frugò nelle tasche della giacca in cerca di un pacchetto di sigarette. Lo trovò e uscì in terrazzo.
Si accese una sigaretta e, seduto su una sedia sdraio, osservò il cielo gremito di stelle.
Una volta aveva letto che nell’universo c’erano miliardi di galassie e che nella sola via lattea c’erano centinaia di miliardi di pianeti. Però, come diceva Fermi, rimaneva un fatto che nessun omino verde dalla bocca a trombetta si fosse mai presentato ufficialmente al genere umano.
Probabilmente, gli avvistaenti di ufo e le esperienze di rapimento erano tutte nella testa di chi le raccontava.
Che tipo di problemi aveva Giorgia per vivere allucinazioni del genere?
Che ciò che aveva vissuto fosse collegato in un qualche modo alla sua ansia di convivere e costruirsi una famiglia?
Mentre rifetteva, Arturo sentì la porta del bagno aprirsi, poi un frusciò di coperte spostate.
Giorgia si era messa a letto per addormentarsi, meglio così.
Arturo sfilò da una tasca l’iPhone e controllò la posta elettronica, poi fece un giro sui social. Vide alcune foto postate dai suoi amici su Instagram in cui ridevano, brindavano, i sorrisi e i biccheri rivolti all’obiettivo della videocamera.
Si chiese perché non fosse con loro, cosa ci facesse lì, in alta montagna con una ragazza che da qualche mese lo stressava e ora dava segni di squilibrio.
Rimase qualche minuto ancora in balcone, poi decise che era ora di rientrare.
Armando era seduto davanti al camino, le fiamme che dardeggiavano.
Fumava una pipa.
“Che hai?” gli chiese sua moglie, Marta.
“Pensavo a quella ragazza” disse Armando.
“Quella che dice di aver visto un disco volante?”
L’uomo annuì.
“Pensi che si sia inventata tutto?” domandò la donna.
Armando fece cenno di no con la testa. “Mi è sembrata sincera.”
“Allora, avrà avuto una visione…”
“Uhmm…”
Marta fissò suo marito e capì che qualcosa di profondo gli stava attraversando la mente, ma era stanca e non aveva voglia di indagare. Si alzò, gli posò un bacio sula guancia ruvida e sussurrò: “Io vado a letto.”
Armando masticò un ‘buonanotte’ sotto il baffo spiovente e rimase qualche minuto davanti al camino. Con uno scatto, si alzò dalla poltrona e afferrò il giaccone che aveva appeso a una sedia. Nell’attraversare la hall, ormai vuota data l’ora, lanciò un fischio.
Un enorme cane dal pelo arruffato color miele che nelle ultime ore non aveva fatto altro che rimanere rannicchiato a un angolo, si alzò e obbediente seguì il padrone fuori dalla baita.
Armando pescò una torcia da una tasca e l’accese. Conosceva a memoria quei luoghi. Ci era nato e cresciuto. Avrebbe potuto orientarcisi senza problemi, ma per precauzione preferì farsi luce.
In breve raggiunse il bosco e lo penetrò. Camminò tra le sagome degli alberi, ogni tanto gettando lo sguardo all’universo infinito che sembrava in lenta rotazione sopra di lui, poi raggiunse il punto in cui aveva visto i rami piegati verso il basso e la terra sgombra e si fermò all’istante: c’era un albero in quell’area. Un albero che non avrebbe dovuto esserci dato che poche ore prima non c’era e che era diverso da tutti gli altri.
Un albero giovane, alto poco più di un metro, dal tronco sottile, la corteggia pallida e luminosa che sembrava fatta della stessa materia di cui è fatta la luna. Sui pochi rami spuntavano foglioline così sottili da sembrare petali e gialle come oro.
Com’era possibile che quell’albero fosse spuntato nel giro di qualche ora?
Armando allungò un braccio e sfiorò una foglia e l’albero tutto oscillò come se avesse percepito coscientemente quel tocco.
“Che roba…” pensò, poi voltò le spalle e così come l’aveva discesa, risalì la montagna e tornò alla baita.
Quando entrò in camera da letto, sua moglie stava dormendo profondamente.
Armando si spogliò fino a rimanere in mutande, s’infilò sotto le coperte e sprofondò la testa nel cuscino.
Cosa strana per lui, si addormentò quasi subito; al mattino non ricordava cos’aveva sognato, ma si sentiva riposato come fosse rinato.
Arturo si svegliò alle sette del mattino con una domanda: lui e Giorgia avevano o non avevano fatto l’amore?
Lui aveva chiara l’immagine della sua ragazza che gli scivolava accanto, gli accarezzava il ventre, poi il sesso fino a farlo diventare duro e infine, liberatasi delle mutandine e della sottoveste, si metteva a cavalcioni sopra di lui, ma non era certo se la cosa fosse accaduta veramente oppure solo nei suoi sogni.
Propendeva per la seconda ipotesi visto che il rapporto tra lui e Giorgia era in crisi, a dir poco, ma rimaneva il dubbio.
Un rumore di passi lo rapì ai suoi pensieri. Vide Giorgia che usciva dal bagno e cominciava a vestirsi.
“Che fai?” le chiese.
“Mi preparo” rispose lei, infilandosi i jeans. “Ricordi? Stamattina andiamo in paese in cerca di un ospedale per la Tac.”
“Ah, giusto” disse lui.
Quando Giorgia fu completamente vestita, notando che Arturo non aveva mosso un muscolo ed era sotto le coperte che la fissava, chiese: “Che hai?”
“Toglimi una curiosità” disse Arturo. “Noi stasera abbiamo fatto sesso?”
Giorgia lo fissò alcuni secondi, poi sbatté le palpebre. “Secondo te?”
Arturo sorrise, poi tornò a serio. “Non so, forse me lo sono sognato…”
Giorgia anziché rispondere mantenne la sua aria da sfinge e gli lanciò gli abiti sul letto. “Avanti, vestiti. Facciamo una veloce colazione poi scendiamo in paese, prima arriviamo, prima finiremo questa storia.”
Terminata la colazione, Giorgia dovette risalire in camera perché aveva terminato il portafoglio; Arturo l’attese nel parcheggio a lato dell’entrata principale.
Lì incontrò Teresa, nella stessa situazione in cui l’aveva vista la sera prima: seduta su una panchina di legno che fumava una sigaretta.
“Come va?” chiese lei.
Arturo sorrise. “Bene. La mia ragazza è rispuntata, fortunatamente.”
“Sì, me ne sono accorta quando avete raggiunto la sala ristorante, ieri sera. Che le era capitato?” domandò Teresa.
Arturo fu nel dubbio qualche secondo se raccontarle o meno la verità. “Dice di aver visto un disco volante” rispose, infine.
Teresa spalancò i suoi occhioni scuri a quelle parole. “Davvero?”
Arturo annuì. “E sospetta pure di essere stata rapita dagli alieni.”
“Cavolo! Dai, racconta tutto: prima ha visto il disco e poi è stata rapita, immagino.”
Arturo si sentiva a disagio; non era certo che Giorgia avrebbe approvato il fatto che lui raccontasse a un’estranea quello che era accaduto, anzi, era certo al 99,99% che non lo avrebbe approvato affatto, tuttavia si sentiva oppresso e aveva una gran voglia di confidarsi con qualcuno, così cominciò a parlare, lanciando frequentemente delle occhiate verso la porta principale della baita per controllare che la sua ragazza non stesse arrivando.
Quando ebbe finito, Teresa era a dir poco elettrizzata. Lei e il suo ragazzo da anni erano a caccia di dischi volanti e lei fin da bambina sognava di incontrare un alieno, bene, ora una ragazza che risiedeva nel loro stesso albergo aveva sperimentato entrambe le esperienze.
“Devi farmi assolutamente parlare con la tua ragazza!” disse con impeto.
“No, non posso!” rispose d’istinto Arturo.
Teresa aggrottò la fronte. “E perché no?”
Arturo abbassò la voce come se Giorgia fosse già lì, a due passi da lui: “Perché io e la mia ragazza siamo in crisi. Non è un momento facile per noi.”
“Oh, mi spiace!” fece Teresa.
“Già, anche a me. Ad ogni modo, non penso che lei gradirebbe sapere che racconto i suoi fatti personali al primo che capita.”
“Capisco…”
“Eccola, sta arrivando. Mi raccomando, fai finta che io non ti abbia detto nulla.”
“Ok.”
Giorgia raggiunse Arturo e guardò Teresa; Teresa non poté fare a meno di rabbrividire, Giorgia aveva occhi neri e immobili, come bottoni, ma era tutta immobile per così dire, sembrava una statua di gesso.
Arturo disse: “Giorgia, ti presento Teresa, una ragazza che ho incrociato ieri sera mentre ti stavo cercando.”
Teresa sorrise. “Piacere, Giorgia. Sono contenta che il tuo ragazzo ti abbia trovata. Sai, era parecchio preoccupato.”
Giorgia rivolse gli occhi ad Arturo, poi tornò a Teresa: “Sul serio?”
“Certo, era buio e temeva che ti fosse capitato qualcosa di brutto.”
“Ero svenuta” disse Giorgia. “Nel bosco.”
“Oh, davvero?”
Giorgia annuì. Poi, si rivolse ad Arturo: “Andiamo?”
“Certo” disse lui e lanciò un cenno di saluto a Teresa.
“Ci vediamo” disse lei e osservò la coppia salire a bordo di una Citroen rossa e sparire giù, per la strada che portava in paese. Dopodiché si alzò con l’intenzione di raggiungere il suo ragazzo: doveva raccontargli tutto. E cercare di fare un’intervista a Giorgia per pubblicarla sul loro podcast.
Due ore dopo, Arturo era nella sala d’attesa dell’ospedale Eugenio Morelli di Sondalo, a 15 km da Bormio, il posto più vicino dove fare una TAC in tempi brevi.
Durante il viaggio lui e Giorgia avevano continuato a ignorarsi, ognuno immerso nei propri pensieri.
Arturo aveva ripreso a pensare al sogno. Stranamente, più passava il tempo, più il sogno acquisiva nitidezza nella sua mente e si arricchiva di particolari. Di solito gli accadeva il contrario: faceva un sogno di cui al risveglio tratteneva solo qualche vaga immagine che andava dissipandosi col passare delle ore. Ora era come se le immagini emergessero da sole e si definissero nella sua memoria e ciò lo faceva sospettare che quello che aveva vissuto non fosse stato un sogno, ma la realtà vera.
Sì, Giorgia, nel pieno della notte, era davvero scivolata sul materasso accanto a lui, lo aveva davvero accarezzato come mai aveva fatto, stringendogli il pene delicatamente, massaggiandolo fino a trasformarlo in un pezzo di roccia e poi si era messa davvero a cavalcioni su di lui, guidando il pene nella sua vagina.
Arturo aveva goduto come non gli era mai capitato con Giorgia, la pudica Giorgia, fredda, distaccata, anche nel sesso. Quella sera si era sentito finalmente un uomo tra le gambe di lei e il godimento era stato reciproco visto che Giorgia aveva lanciato un urlo lacerante più o meno nello stesso momento in cui lui era venuto in lei.
Arturo stava riflettendo su quell’ultimo particolare della faccenda: era venuto in lei. Giorgia non prendeva la pillola e durante i rapporti sessuali, Arturo usava il preservativo; ora, il fatto che nei suoi ricordi lui le fosse venuto dentro, avesse irrorato le sue tube con diverse centinaia di migliaia di spermatozoi, gli faceva sorgere il dubbio che lei potesse essere rimasta incinta e, a quel punto della loro relazione, se Arturo non desiderava iniziare una convivenza, nemmeno smaniava di fare una famiglia.
Su tali pensieri, continuava a rodersi mentre la sua ragazza si trovava nello studio medico per una Tac.
Giorgia sedeva in uno studio medico e ascoltava un radiologo, presentatosi come “dottor Crespi”, spiegarle alcune cose, prima dell’esame.
“La Tac è un esame relativamente semplice. Lei si stenderà su un lettino che farò scorrere finché la sua testa non si troverà nella parte inferiore di un grande anello. A quel punto non dovrà muoversi e tramite i raggi X io raccoglierò immagini tridimensionali del suo cervello, è tutto chiaro?”
Giorgia annuì. “Sì.”
Il dottore consultò una cartella che la paziente aveva compilato in sala d’attesa. “A quanto leggo qui, è svenuta tra le 8.30 e le 9.00 di sera…”
“Esatto. Camminavo nel bosco quando ho percepito un dolore alla testa come se…”, Giorgia nel descrivere la sensazione che aveva provato la sera prima, si toccò istintivamente le tempie. “Come se avessi un anello stretto intorno alla fronte. Il dolore è stato intenso e improvviso. Ho avuto appena il tempo di percepirlo prima di svenire.”
Il dottor Crespi rifletté alcuni istanti. “Ha detto di trovarsi in un bosco al momento dello svenimento, per caso ha battuto la testa contro un ramo o un sasso nel momento in cui ha perso i sensi?”
“Non credo” rispose Giorgia. “O almeno sulla nuca o sulla fronte non ho segni o ferite che lo facciano pensare.”
Il dottor Crespi scrisse qualcosa sulla cartella, poi sorrise: “Bene, facciamo questo esame; prenderà non più di un quarto d’ora.”
Lui e la paziente passarono in una stanza adiacente dove si trovavano le strumentazioni necessarie: un lettino scorrevole e un grande anello bianco incui s’infilava una delle estremità.
Non appena vide quell’aggeggio, Giorgia provò un istintivo disagio e si portò una mano al petto.
Il dottor Crespi si voltò a guardarla. “Tutto bene?”
Lei annuì con espressione incerta. “Sì, penso di sì.”
Il dottore sorrise. “Se l’idea d’infilare la testa dentro quell’anello non le piace, sappia che è del tutto normale: la maggior parte dei pazienti prova un senso di claustrofobia durante la procedura, ma deve stare tranquilla, l’esame è assolutamente indolore e io posso interromperlo in ogni momento”
Giorgia si sforzò di sorridere. ”Va bene.”
Il dottor Crespi indicò il lettino. “Si stenda pure a pancia in su con la testa rivolta all’anello. A quanto vedo non indossa orecchini né ciondoli o altri accessori metallici dal collo in giù, me lo conferma?”
“Glielo confermo” rispose Giorgia.
“Bene, allora procediamo.”
Sempre con quella sensazione di disagio che le opprimeva il petto, Giorgia si stese sul lettino appoggiando la testa tra due cuscinetti posti a un’estremità.
“Ora la farò scorrere” disse il dottor Crespi che si era posizionato dietro un pannello fornito di schermi a cristalli liquidi. “Mi raccomando, non muova un muscolo, sarà l’unico sforzo che le chiederò di compiere per i prossimi dieci minuti” poi premette un pulsante e il lettino cominciò a scorrere.
Quando si trovò con la fronte all’interno della circonferenza disegnata dall’anello, il disagio in Giorgia divenne panico, ma prima che lei potesse muoversi o dire qualcosa, la sua mente fu attraversata da un’immagine: si trovava in un ambiente sferico e immerso in una parziale oscurità; era stesa su una superficie fredda e piatta ed era… sì, era completamente nuda; non si vedeva perché era immobilizzata e tutto ciò che riusciva a fare era ruotare le pupille ma era certa di nonindossare i suoi abiti, dato che percepiva in modo diretto il contatto della sua pelle sulla superficie fredda; ad un certo punto percepiva un ronzio, simile a quello di un frigorifero, ma meno intenso; un secondo dopo, Giorgia vedeva un oggetto sferico simile a un anello spostarsi nella stanza con movimenti calibrati precisi, come se fosse collegato a una stanga; l’anello le passava accanto per posizionarsi alle sue spalle e scorrere con lei al centro e mentre scorreva emetteva lampi silenziosi la cui luce inondava tutto il suo corpo, dalla testa ai piedi.
La scena s’interruppe nel momento in cui Giorgia percepì il lettino nello studio medico che scorreva nuovamente.
“Abbiamo terminato l’esame” disse il dottor Crespi, “può alzarsi.”
“Signor Ferri?”
Arturo sollevò lo sguardo; aveva passato gli ultimi venti minuti perso nei suoi pensieri e a fissare il pavimento.
Vide una donna in camice da infermiera che gli sorrideva.
“Sì?”
“Prego, mi segua, l’esame è finito ea breve il dottor Crespi vi illustrerà l’esito.”
Arturo seguì l’infermiera lungo un corridoio poi l’infermiera indicò una stanza dalla porta spalancata. Arturo entrò e trovò Giorgia seduta davanti a una grande scrivania.
Lui si accomodò sulla sedia accanto e le prese le mani. “Come va?”
Giorgia continuava ad avere quello sguardo atono, le pupille fisse, che non emettevano luce; l’unico cambiamento era che sembrava ancora più pallida.
“Ora ne sono sicura” disse.
Arturo aggrottò la fronte. “Di cosa sei sicura?”
“Di essere stata rapita dagli alieni, ne sono certa al 100%!”
Arturo si guardò intorno, a disagio, come se qualcuno, nella stanza, potesse sentire le idiozie che la sua ragazza stava dicendo.
“E come mai ne sei sicura?” chiese.
Giorgia strinse le mani attorno a quelle di lui. “Perché ho avuto un flashback.”
“Un flashback?”
“Esatto! Prima, nella stanza dove si è svolto l’esame, mentre ero sdraiata su un lettino per fare la TAC ho rivissuto un momento passato all’interno del disco volante.”
Ora era Arturo il più pallido tra i due. “E… cosa ti è successo all’interno del… disco volante?”
“Mi hanno esaminato!”
“Chi ti ha esaminato?”
“Secondo te? Loro, gli alieni!”
“Li hai visti?”
“Non li ho visti, ma c’erano ne sono sicura. Erano da qualche parte mentre io ero completamente nuda e distesa su una superficie fredda come il marmo…”
“Tu eri completamente nuda?”
Giorgia annuì. “Un grande anello mi esaminava circondandomi il corpo e abbagliandolo con dei raggi. L’esame della TAC funziona allo stesso modo, più o meno, per questo ho avuto il flashback mentre lo stavo facendo.”
Arturo non sapeva che dire, ma era convinto, ora più che mai, che la sua ragazza avesse dei seri problemi mentali.
D’un tratto la porta si aprì e il dottor Crespi entrò nella stanza con delle lastre nelle mani.
“Buongiorno” disse, “lei, immagino, sia il compagno della signorina.”
Arturo, d’istinto, avrebbe voluto specificare che “compagno” era una parola troppo impegnativa, ma si limitò a confermare e a stringere la mano al medico. “Esatto. Com’è andato l’esame?”
“Bene, anzi, troppo bene” disse il medico, portandosi sul lato opposto della scrivania e inserendo le lastre sopra un pannello la cui retroilluminazione ne illuminava le immagini.
“Che significa troppo bene?” domandò Arturo.
“Significa che la signorina non presenta segni di traumi né di tumore. E’ in perfetta salute, ma la sua traccia encefalica costituisce comunque un anomalia” disse il dottore.
“Io… non capisco” disse Giorgia.
“Guardi il suo cervello”, il dottor Crespi indicò la prima lastra. “Li vede


