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I’m not your negro – Samuel L. Jackson racconta James Baldwin3 min read

22 Marzo 2017 3 min read

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I’m not your negro – Samuel L. Jackson racconta James Baldwin3 min read

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articolo di Rosa Maiuccaro per Wired.it
Questa stagione cinematografica verrà ricordata per la rivincita degli artisti afroamericani che con film come Moonlight, The Birth of a Nation, Barriere o Il diritto di contare si sono imposti sul grande schermo in maniera originale e irriverente. La risposta alla polemica dello scorso anno, sintetizzata dall’hashtag #OscarSoWhite, ha avuto certamente più risonanza dell’Oscar vinto da Steve McQueen per 12 anni schiavo o delle statuette attribuite a Denzel Washington e Halle Berry.
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Da questa forte esigenza di riscatto nasce anche il documentario I am not your negro, nelle sale da martedì 21 marzo in occasione della Giornata mondiale contro il razzismo. Fortunato chi avrà modo di guardarlo in originale con l’autorevole voce di Samuel L. Jackson.
Il regista Raoul Peck ripercorre lo sterminato catalogo di oppressioni inferte ai neri d’America dal segregazionismo ad oggi cui prova a dare una spiegazione attraverso le profonde riflessioni dello scrittore e attivista James Baldwin.
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I am not your negro è un ricco excursus storico nel quale il razzismo viene esaminato tramite gli assassini di Medgar Evers, Martin Luther King e Malcolm X, l’inconfondibile voce di Ray Charles e i film di Sidney Poitier e Harry Belafonte. A quasi trent’anni dalla sua scomparsa Baldwin è ancora capace di fotografare il presente con forza e lucidità, di rivelare scomode verità, di evidenziare le contraddizioni insite nella società occidentale, la rabbia e i sensi di colpa che la governano.
Risulta impressionante credere che al tempo delle sue considerazioni Baldwin fosse ignaro del passaggio della presidenza di Barack Obama, della rivolta di Ferguson piuttosto che della nascita del movimento Black Lives Matter o dell’elezione di Donald Trump. Lo scrittore rifugge qualsiasi stereotipo legato alla questione razziale ma sottolinea l’importanza della storia “che non rappresenta il passato bensì il presente e il futuro” e denuncia l’apatia morale, l’ignoranza e la povertà emotiva della sua America.
Riferirsi a questo documentario come alla storia di James Baldwin sarebbe ingiusto e riduttivo. Questa mente brillante che verso la fine degli anni Quaranta già si trasferiva a Parigi per sfuggire al “terrore sociale” così largamente diffuso negli Usa, si mosse in anticipo sui tempi. Come nota il New York Times, Baldwin dimostra che scrivere bene e pensare lucidamente sono manifestazioni di impegno e che l’ironia e lo scetticismo unite ad un grande spirito critico sono strumenti necessari per un’effettiva azione politica e morale.
Il messaggio è stato recepito. Oggi più che allora. Nella bellissima lettera che nel 2015 il giornalista Ta-Nehisi Coates indirizzò al figlio nel saggio Tra me e il mondo leggiamo: “Non sono cinico. Ti voglio bene, e amo il mondo, e lo amo più di ogni nuovo centimetro che mi è dato scoprire. Ma tu sei un bambino nero, e devi essere responsabile del tuo corpo in modo che altri bambini non potranno mai sapere”.
Più o meno la stessa logica che segue Paul Beatty quando in un romanzo folgorante come Lo schiavista rileva: “Ora capisco che l’unico momento in cui noi neri non ci sentiamo in colpa è quando abbiamo davvero fatto qualcosa di male”.
Ecco perché, a prescindere da ciò che pensano i detrattori del politically correct, nel 2017 ha ancora senso che Moonlight, un film sul percorso di formazione di un giovane omosessuale nero, strappi l’Oscar in extremis agli sgambettanti sognatori La La Land.
In giorni come questi, in cui si registra un crescente livello di intolleranza e una percezione sempre più negativa di chi è straniero o diverso per sesso, carattere, identità sessuale o religiosa, I am not your negro rappresenta un’occasione unica per rivalutare noi stessi, i “mostri della morale” che siamo diventati o che, più probabilmente, non abbiamo mai smesso di essere.
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