Per una poetica dell'Hardware4 min read
Reading Time: 4 minutesPochi giorni fa sono stato contattato via email da Dispositivo Sensibile, dietro questo pseudonimo si cela uno dei tanti autori iscritti su Penne Matte. DS, incuriosito da un post che avevo pubblicato recentemente su una possibile letteratura degli oggetti, mi ha chiesto se mi andava di ampliare il dibattito postando un suo intervento. Cosa che faccio assai volentieri ringraziandolo di aver scelto questo social network per esprimere il suo punto di vista. Ecco dunque l’articolo sulla poesia dell’hardware e il suo ascendente nella narrativa. Chiunque avesse spunti da aggiungere a questo dibattito non ha che da contattarmi all’indirizzo penne.matte@gmail.com
di Dispositivo Sensibile
Quanta passione, quante emozioni, davanti ai nostri cellulari e tablet, affondati magari in qualche poltrona o in piedi all’aeroporto, in fila in attesa dell’imbarco. A guardare dall’esterno, trascurando per il momento cosa questi dispositivi siano in grado di generare, parrebbe un rito: la schiena leggermente ricurva, la testa china, il braccio proteso verso il nostro viso assorto, quasi la postura di un pensatore di Rodin; un atto di devozione verso un qualche oscuro Dio Tecnologico. In mano abbiamo un oggetto inanimato, in principio un insensibile ammasso di hardware, eppure al di là di tutti possibili contenuti multimediali, rimane l’attaccamento per l’oggetto fisico, col quale ci capita sempre più spesso di entrare in una speciale relazione d’affetto, quasi di dialogo visivo e tattile, finanche olfattivo, che si sviluppa parallelamente alla nostra normale vita di relazioni umane. Questi oggetti si frappongo, anche fisicamente, tra noi e gli altri, mediano le nostre comunicazioni interpersonali in maniera diretta e indiretta, e molto spesso sembrano dotati di una sorta di propria autonomia e intelligenza, tale da farli apparire degli oggetti/individui, che rispondono alle nostre sollecitazioni, in maniera specifica, con una sensibilità non trascurabile.

La domande che sorge spontanea è allora: è possibile una poetica dell’hardware, una letteratura che parta da questi oggetti tecnologici per raccontare delle storie che hanno a che fare con la nostra vita di tutti i giorni? E non si tratta di fantascienza, ma ormai della nostra quotidianità. Questi oggetti hanno invaso le nostre vite, ogni angolo delle nostre case, dei posti di lavoro, e quindi l’approccio narrativo dovrebbe essere quello di un realismo magico della tecnologia, piuttosto che di una secolarizzazione dei più consolidati rituali della sci-fi. Siamo molto vicini alle istanze del Transrealismo, di cui si è parlato qui su Penne Matte, ma credo che la prospettiva sia rovesciata: non è la fantascienza che irrompe nel quotidiano, me è il quotidiano che genera magicamente nuove dimensioni.
Qui si insinua il solito dilemma: dove risiede il potere narrativo, nelle persone che interagiscono con gli oggetti o negli oggetti stessi? Quanta parte di noi è già dentro gli oggetti, e quanto gli oggetti, più o meno tecnologicamente sofisticati, possano essere sede di pensieri ed emozioni? È una domanda non retorica, perché è ormai alle porte una nuova generazione di robot che sembra davvero portare l’intelligenza artificiale a un livello mai sperimentato prima, soprattutto grazie alle nuove tecniche di Machine Learning. Come linea estrema di questo ragionamento uno si potrebbe addirittura domandare se gli stessi computer possano essere capaci di generare una loro letteratura.
Su questo tema c’è una meravigliosa conferenza che Calvino tenne nel 1967, intitolata Cibernetica e Fantasmi, nella quale affronta in maniera esplicita e diretta il tema del calcolatore come possibile generatore di senso, di poesie e romanzi, visto come un processo puramente combinatorio.
Calvino immagina una macchina calcolatrice che, impostate le regole di base che ogni scrittore si prefigge di seguire e che la cultura del tempo ha predisposto per lui, sia in grado di generare varie combinazioni di parole e frasi che prima o poi faranno emergere nel lettore la consapevolezza di qualcosa che era solo presente a livello inconscio. Quindi la letteratura come processo di rivelazione del mito, che è principalmente nelle mani del lettore/evocatore, con lo scrittore nel ruolo tecnico di generatore di tutti i possibili percorsi narrativi.
Calvino infatti afferma: “La macchina letteraria può effettuare tutte le permutazioni possibili in una dato materiale; ma il risultato poetico sarà l’effetto particolare di una di queste permutazioni sull’uomo dotato d’una coscienza e d’un inconscio, cioè dell’uomo empirico e storico, sarà lo shock che si verifica solo in quanto attorno alla macchina scrivente esistono i fantasmi nascosti dell’individuo e della società”.
La poesia e l’arte emergono certo dalle vicende umane, ma anche da macchine automatiche come quelle di Calvino e da oggetti apparentemente inanimati, che prendono vita perché noi lettori dei fenomeni naturali ci leggiamo qualche cosa, fino a immaginare che possano vivere una vita propria e parlarci, col linguaggio universale e profondo del mito.
Non c’è bisogno degli effetti speciali dei film di fantascienza per far scoccare la scintilla della vita nelle macchine. Bastano gli oggetti tecnologici di tutti i giorni che in una sorta di realismo magico del quotidiano ci fanno scoprire una dimensione che pensavamo impossibile. I dispositivi segnalano la loro presenza, predispongono narrazioni, agiscono nel mondo e hanno anche le loro debolezze, neanche tanto nascoste. Forse, come accade per tutte le tecnologie che creiamo e che sembrano staccarsi da noi, alla fine sentiamo il loro richiamo, perché in fondo, l’hardware siamo noi!
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Se volete scoprire qualcosa di più sui Dispositivi Sensibili potete leggere questo racconto su Penne Matte: http://www.pennematte.it/opera/immobile-sognatore/ ,
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