L’internet delle cose e la letteratura degli oggetti

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Può darsi che quella di domani sarà una letteratura degli oggetti, così come avremo l’Internet degli oggetti. Recentemente  Eric Schmidt, l’executive chairman di Google al World Economic Forum, ha dichiarato che la rete smetterà di essere protagonista del nostro tempo perché verrà completamente assorbita da tutto ciò che ci circonda. Verrà metabolizzata dalla nostra società, facendo parte di essa in modo definitivo. Come accadrà questo? Grazie alla diffusione dell’Internet of things, l’Internet delle cose, insomma. Smart city, smart home, wearable technologies, ogni cosa che indossiamo, con cui abbiamo a che fare, sarà “connessa”.

Le informazioni smetteranno di viaggiare sullo schermo del computer perché viaggeranno attraverso gli oggetti grazie sensori che li faranno “crescere” perfezionando le loro funzioni. Spiega Schmidt: “Ci saranno così tanti indirizzi IP, device, sensori, tecnologie indossabili, cose con cui interagire che [Internet] non avrà più senso. Sarà parte della nostra vita per tutto il tempo. Immaginate di entrare in una stanza, dinamica, con la quale si può interagire”.

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Dato che la letteratura è un riflesso del nostro mondo, una sua interpretazione, mi sono chiesto se gli oggetti oltre ad assorbire la rete, non assorbiranno anche il punto di vista del narratore e se nel futuro non ci sarà una letteratura degli oggetti. Una letteratura, cioè, dove il protagonista potrebbe essere un frigorifero e il numero impressionante di informazioni che esso, in quanto elettrodomestico dedicato alla conservazione del cibo, deve vagliare per il fabbisogno quotidiano dei suoi proprietari. Oppure gli abiti. Chi lo sa, in futuro, un romanzo anziché raccontare l’ossessione consumistica di un uomo per la moda e l’abbigliamento, come in certi passaggi avevano fatto Glamorama o American Psycho di Breat Easton Ellis, parlerà di quella degli abiti per l’uomo da cui vengono indossati; le informazioni che passano attraverso i componenti della wearable technologies circa il soggetto (umano) a cui si devono plasmare.

In realtà gli oggetti sono già stati protagonisti della letteratura. Ad esempio in La vita, istruzioni per l’uso, di Georges Perec, lo sguardo del narratore è così oggettivo e neutrale che a volte sembra immedesimarsi con le parti inanimate del caseggiato in cui prende piede l’azione. Anche Italo Calvino, in un romanzo come Palomar, attua un confronto-scontro tra l’uomo che osserva e l’oggetto che viene osservato, tra animato e inanimato. Nel capitolo Un chilo e mezzo di grasso d’oca il protagonista si trova in una rosticceria parigina. Osserva le varie leccornie chiuse nei tanti barattoli sugli scaffali; si aspetta che esse si animino e diano un segno di amicizia, ma nulla accade: “forse per quanto sinceramente egli ami le galantine, le galantine non lo amano”. In realtà, Palomar è un romanzo che anziché un uomo che si pone al centro dell’universo, come sintesi di tutto il creato, ne descrive uno che si concentra fino ad immedesimarsi (e annullarsi) negli aspetti singoli dell’universo, i vari pezzi che lo compongono, oggetti inclusi.

Comunque, se l’internet delle cose accadesse veramente, allora la sua influenza nella nostra vita potrebbe essere tale, che gli oggetti assumerebbero tutta un’altra valenza ai nostri occhi: non più semplici strumenti per vivere meglio, ma interpreti della nostra quotidianità con una loro volontà attiva, per quanto artificiale. E di conseguenza, la letteratura non potrebbe che essere influenzata a sua volta da questo fenomeno. Fino ad oggi, sulla pagina, a soffrire, amare, odiare, uccidere, sopravvivere sono stati gli esseri umani; e se domani fosse un tostapane?

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