Zerocalcare e il confine sottile tra populismo e informazione4 min read
Reading Time: 4 minutesarticolo di Gianmaria Tammaro per Wired.it
Ieri mattina mi sono svegliato presto: sono andato in edicola per comprare il nuovo numero de la Repubblica, una cosa che – confesso – faccio solo a fasi alterne, quando so che verrà pubblicato qualcosa di particolare e interessante (insomma: non solo un lettore abituale da cartaceo).

Nello speciale della domenica, per la prima volta, è stata pubblicata una storia inedita di Zerocalcare: sei pagine enormi, bianche e nere e qualche schizzo di rosso alla fine; è una via di mezzo tra il graphic journalism e le sue strisce da blog. Più un editoriale che un vero e proprio reportage. Il titolo è La città del decoro. Non entrerò nel merito della storia (se volete leggere una recensione, ne ho scritta una su fumettologica). Piuttosto, entrerò nel merito della questione, del messaggio – del senso di quello che ha scritto e disegnato Michele.
Innanzitutto: Zerocalcare ha fatto una cosa che – non si fosse ancora capito – è stata rivoluzionaria. Ha usato una vetrina come quella di Repubblica (pensate al suo lettorato medio; pensate a chi la compra; pensate a cosa, di solito, ci viene scritto sopra) per parlare – una volta e per tutte – dell’isterismo dilagante, di quella parte di società – non distinguibile in “popolo del web” e popolo della strada come qualcuno potrebbe pensare – che ogni giorno insulta, grida e s’indigna. E che critica il povero anziché la povertà, il miserabile anziché la situazione immiserente.
Non ha fatto nomi, Zc. Ha parlato di una situazione generale (proprio come si fa negli editoriali, per parlare alla pancia ma pure alla testa di chi legge). E ha parlato di una tendenza piuttosto diffusa: quella di mascherare razzismo e xenofobia da indignazione pro-società. Non è una colpa del blogger o dell’opinionista, ma è, piuttosto, loro responsabilità. Perché quando scrivi qualcosa, qualunque essa sia e qualunque sia l’obiettivo che ti sei prefigurato, devi tenere conto di questo: chi ti legge ti segue e tenderà a farsi un’idea su quello che dirai e soprattutto sul modo in cui lo dirai.
E quindi tutte le volte che al “problema” immigrazione si dà la soluzione “cacciamoli via”, ci sarà chi, nel grigiore di una proposta simile, si lascerà andare all’estremismo: “diamogli da bere l’acido!”, “mettiamo le tagliole nella spazzatura”, meniamoli. E via discorrendo.
Non stiamo parlando di giornalisti professionisti, pubblicisti o di “anonimi” blogger. Internet – e la rete – hanno sconvolto questa classificazione. Potenzialmente, oggi tutti possono informare e dire la propria. E tutti, se sono abbastanza bravi (il che, spesso, non coincide con la qualità e l’attendibilità di quanto scritto ma piuttosto con la capacità di farsi ascoltare), possono diventare “opinion leader”. Cioè coloro che impostano la discussione e suggeriscono, per primi, come risolverla.
Ne La città del decoro si parla di questo: di quello che crediamo sia il senso civico e spesso è altro. Una situazione che, come sottolinea lo stesso Zerocalcare, non è ascrivibile a una sola città. Non è, insomma, solo Roma. Ma è l’Italia. È il quartiere in cui viviamo, è il paesino in cui siamo andati in vacanza lo scorso weekend: è ovunque ci sia spazio per il populismo e non per l’effettiva – quanto sacrosanta – informazione.
Indignarsi, insomma, non basta. È il vecchio discorso del “assieme alla parte destruens in una critica sana ci vuole anche la parte costruens”. E qui la parte costruens, ovvero la soluzione, la proposta, non c’è. Latita. E nella latitanza della concretezza, la fuggevolezza delle idee, specie quelle estreme, trova terreno fertile.
Qualcuno (leggi il blog Romafaschifo) ha reagito duramente all’editoriale a fumetti di Zerocalcare. Tacciandolo di inadeguatezza, in primis, e di insensatezza poi. Ma chi l’ha pubblicato?, si è chiesto. In realtà Michele ha provato a fare un’altra cosa: a tracciare una linea. A dire che sì, è giusto lamentarsi, ma che lo sarebbe ancora di più se insieme al problema si proponesse una soluzione. Che non si può condannare un uomo per la vita che fa, ma si possono condannare le condizioni e le situazioni che l’hanno portato a quella stessa vita. Non è, insomma, il povero il problema. È la povertà. Non vanno malmenati (virtualmente, verbalmente o anche, come propone qualche leone da tastiera, fisicamente) gli ambulanti; ma la causa – e cioè la mancanza di lavoro vero, lavoro controllato, lavoro dignitoso – che ha portato le persone ad essere ambulanti.
Il degrado non si combatte con la rabbia o l’indifferenza; il degrado si combatte educando, insegnano, parlando. Non basta la foto di un muro cadente, vecchio e insozzato per fare la differenza. Serve chiedersi perché, provare a dare una risposta; e nel caso, caso estremo, andare lì, rialzarlo quel muro, ripulirlo, tutelarlo. L’odio chiama solo altro odio.

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