Similitudini tra Aldo Nove e Maccio Capatonda3 min read
Reading Time: 2 minutesC’è un autore che non mi ha mai convinto del tutto, pur riconoscendogli l’abilità di aver avuto una sua voce distintiva, di aver descritto i suoi tempi (che sono, in parte, ancora questi che stiamo vivendo) con una particolare cifra stilistica che altri troppo presi da se stessi (Aldo Busi) o influenzati dalla letteratura d’oltreoceano (Niccolò Ammaniti) non hanno avuto. Parlo di Aldo Nove. Poeta, romanziere, autore di racconti brevi. Fu con la raccolta Woobinda e altre storie senza lieto fine, edita da Castelvecchi nel ’96, che si impose all’attenzione del pubblico. I racconti parlavano di disadattati, giovani, per lo più, dall’etica sostituita dagli slogan della pubblicità; una generazione irrisolta che crescendo s’immalinconiva pensando ai bei tempi in cui vedeva i cartoni animati alla televisione e viveva nel mito delle merci da supermercato. Disgraziati vittime della società dei consumi.
Aldo Nove sapeva ritrarli molto bene con una prosa volutamente elementare, stentata, fatta di poche parole. Perché dico che non mi ha convinto del tutto? Perché ha scritto poco. Alla fin fine con Woobinda ha detto tutto ciò che aveva da dire e quando dico “scritto poco” intendo che ha esplorato poco dell’animo umano. Non è andato più in là di quella prima intuizione che ha dato il la alla sua poetica senza però caverne una sinfonia.
Ad alcuni il paragone potrà suonare sacrilego, ma il problema di Nove con la letteratura è quello di Maccio Capatonda col cinema, un problema, cioè di format o genere se vogliamo. Entrambi hanno colto qualcosa di vero con la loro arte che sia scritta o recitata. Di più, hanno colto qualcosa di simile. Hanno affondato uno la penna, l’altro la videocamera nella stessa materia, pur mutata attraverso le generazioni. Così come non si può negare che Nove abbia descritto una generazione che c’era veramente non possiamo negare che l’italiano medio di Capatonda dominato da quell’istinto basico dello “scopare-la-gnocca“, l’italiano medio che non paga le tasse, frega il prossimo sentendosi furbo, sia parte di noi. Direi che i due italiani, quello di Woobinda e quello medio sono se non fratelli, padre e figlio. Woobinda c’est moi, Maccio c’est moi.
Il problema di Maccio è che è nato e si è formato come Youtuber. Star del Web. Il suo format più riuscito sono i fake trailer. Brevi filmati che sono la parodia non di film, ma di trailer di film. Al cinema, Capatonda non regge, non ha fiato, muscoli, resistenza emotiva per tirare avanti per i 90 e passa minuti che dura in media un film.
Stessa cosa di Nove, la sua prosa è autentica e riuscita nel momento in cui è guizzo, intuizione, trovata fulminea. Quando il racconto rischia di diventare romanzo come succede in Puerto Plata Market e La vita nuova, ecco che la prosa diventa stiracchiata, ripetitiva, non sa rinnovarsi. Come dicevo sopra, oltre ad essere degli scattisti Nove e Capatonda hanno in comune l’oggetto della loro arte, l’italiano, le sue rare virtù i suoi molti difetti. Un poveraccio, una vittima che pensa di essere furbo quando attorno ha un mondo che con le sue tante seduzioni plastificate e digitali lo ha già domato e da tempo.