blog di Alberto Grandi
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Femminicidio, un open ebook raccoglie la testimonianza delle vittime4 min read

21 Luglio 2014 3 min read

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Femminicidio, un open ebook raccoglie la testimonianza delle vittime4 min read

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un libro basta
Anna Maria Scarfò, Lucia Annibali, Cristina Omes. Tre donne, tre storie, la violenza come unico filo conduttore. Un filo tirato all’inverosimile, però, che spesso si spezza solo quando scoppia il caso, a tragedia avvenuta. L’istante in cui parte il dibattito sulle nuove norme e i nuovi reati, per tutelare le donne che chiedono aiuto. Quasi come un riflesso condizionato. Norme nuove per vecchi vizi, però. Norme nuove che somigliano spesso all’osso lanciato al cane rabbioso, per blandirlo come si fa con un’opinione pubblica bramosa di capri espiatori e pene esemplari giusto durante i trenta minuti del telegiornale. Ma davvero servirebbe il femminicidio? Davvero l’istituzione di nuovi reati può placare emergenze che sappiamo non essere tali? A cosa serve aggiornare la terminologia di eventi che hanno cause cui ancora non sappiamo porre rimedio?
Cristina, appunto. Trentotto anni, madre di Giulia e Gabriele (sei anni in due), eppure trucidata dal padre dei suoi figli il 14 giugno scorso, in casa. Dopo averli uccisi, l’uomo è andato a festeggiare la vittoria dell’Italia contro l’Inghilterra a casa di un amico. La frase di rito? Uomini che odiano le donne. Ma appunto, come si può pensare di ingabbiare un sentimento in un reato? Come si può credere di circoscrivere in un perimetro legale e giuridico la follia di un gesto tristemente imprevedibile e apparentemente inspiegabile? Non ci sono già abbastanza precetti e norme in cui proviamo a trovare conforto, appiccicando reati-etichetta giusto per dare un nome alle nostre paure, provando a tenerle lontane con nomi altisonanti? Eppure sappiamo che il nemico abita spesso in casa. Sappiamo anche che non suona alla porta e non presenta generalità così difficili da pronunciare, ma buone sempre per scaricare le nostre paure e allontanare il mostro che ci piace credere esotico. Tutto facile, oltreché consolatorio. Volendo, si tirano fuori anche titoli d’impatto per un telegiornale, affidabili però quanto il cortocircuito creato ad arte da un’informazione bolsa, a volte sciatta, quindi prona ai luoghi comuni.
Perché la verità è un’altra, e anche se non amiamo raccontarcela, chiama in causa noi, le nostre paure, la nostra formazione. Qualcosa di difficile da afferrare, rispetto a quell’osso lanciato da un’informazione che spesso, in un Paese sopravvissuto incredibilmente ad un’overdose da cronaca nera, tende comunque a raccontare alcuni casi più di altri. Il mostro che viene da lontano, per esempio. Il mostro che viene a procurarci del male, per poi farla franca perché in Italia è così, si sa. Casi che servono ad allontanare, con effetto placebo e pratica tristemente aleatoria, il nemico che invece continua a vivere in casa. Paure e formazione, dicevamo. Elementi immateriali, sfuggenti, che si tendono a ignorare per afferrare qualcosa di ben più forte, deciso, improntato alla necessità e all’emergenza. Il femminicidio, appunto. “Invece quel che manca è proprio la prevenzione, la formazione, il sostegno ai centri anti-violenza, la comprensione (ancora immaterialità, ndr). La legge sullo stalking è servita ad Anna Maria per liberarsi dei violentatori, ma è lei che è dovuta fuggire da Taurianova”, racconta a Wired Francesca Barra, giornalista e scrittrice.
Assieme ad Annalisa Monfreda, direttrice di Donna Moderna e a Luisa Pronzato, coordinatrice della 27ma Ora  sul Corriere della Sera, Francesca Barra ha firmato la prefazione de “L’intimo delle donne”. Edito da Libreriamo, il volume è il primo e-book “aperto”, scritto da decine di donne italiane (scaricabile gratuitamente) che raccontano, denunciano, e mettono in luce disagi, violenze e sfruttamenti a cui sono state sottoposte. “Dai numerosi casi dello scorso inverno si impara che l’istituzione di nuovi reati come il femminicidio rischia di trasformarsi in pubblicità. Serve aumentare le risorse per i centri d’accoglienza e anti-violenza per donne. Ma anche la prevenzione, perciò andare nelle scuole, far socializzare in maniera meno competitiva e più rilassata bambine e bambini”, spiega Francesca Barra.
Un progetto importante al di là dell’aspetto editoriale, perché spinge le donne a raccontare e condividere esperienze che sembrano materializzarsi d’un tratto dagli anfratti in cui spesso vengono ricacciate, quasi pensando che dimenticarsi del problema possa servire ad eliminarlo. Raccontare, scrivere, tornare a quella dimensione dell’immaterialità che ha a che fare con l’educazione, la formazione e i traumi che covano e spesso esplodono in maniera inconciliabile a maturità avvenuta. Difficile indagare e sciogliere i nodi del passato. Più semplice isolare un evento, istituire una pena, dimenticarsene un attimo dopo, in attesa della prossima emergenza. Perché per quanto concreti possano sembrare, una pena e un reato nuovi di zecca nascono già con l’handicap della prevenzione, fallendo sistematicamente nell’afferrare la violenza e fermarla per tempo. Anna Maria, Lucia, e soprattutto Cristina, in fondo, stanno lì a dimostrarlo: quell’osso che ci lanciano periodicamente, prima o poi rischia di andarci di traverso, se non capiremo presto come farne a meno.
articolo di Nicola Di Turi per Wired.it

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