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Philip Roth, più che un grande autore un autore di talento3 min read

21 Marzo 2021 3 min read

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Philip Roth, più che un grande autore un autore di talento3 min read

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Ci sentiamo tutti più intelligenti, sensibili e amari nel leggere Roth e questo dovrebbe ispirarci dei sospetti circa la sua grandezza. Pochi giorni fa si è (ri)parlato dell’autore americano di numerosi romanzi mancato nel 2018. L’occasione è stata l’anniversario della sua nascita, avvenuta il 23 marzo 1933. Ci si è spesi in lodi sperticate. Il credito che quest’autore ha conosciuto da vivo non si è attenuato con la sua morte, segno che il suo prestigio gli sopravvive e la sua opera si fonda su solide basi. Nonostante ciò io – e so che verrò lapidato – non sono mai riuscito a considerarlo un grande autore.

Non ho letto tutto Roth, ma diversi suoi romanzi: Lamento di Portnoy, Lo scrittore fantasma, Il teatro di Sabbath, Pastorale americana, L’animale morente, Ho sposato una comunista. Una certa conoscenza dell’opera la ho. Ebbene l’unico romanzo che mi abbia convinto è stato Lamento di Portnoy. Roth, lì è al suo meglio: la sua ferocia, la sua ironia, la sua scrittura carica di digressioni, trovano una propria forma, una misura, nel monologo delirante di un ebreo americano che si racconta sul lettino dell’analista. Nel Lamento Roth dimostra chi è: un autore colto, preparato, di talento ma soprattutto un autore del corpo, un po’ come lo è stato James Joyce nell’Ulisse. Sì, certo, c’è la tematica dell’ebreo che stenta a trovare un proprio posto nella società americana, ma quel posto passa attraverso il corpo della donna e il soddisfacimento delle fantasie masturbatorie. Per affermarsi come individuo non bisogna amare, ma scopare, questa l’ossessione di Portnoy perfetto alter ego dell’autore. La conquista dell’America è la conquista della camera da letto.

Al di fuori di quel libro, secondo me, l’autore non riesce a trovarsi. Davvero non capisco come, dal punto di vista dei dialoghi, si possa considerare Pastorale americana un grande romanzo. Davvero non capisco come si possa considerare Ho sposato una comunista un bel romanzo, così verboso, pieno di digressioni.
L’animale morente è la storia di un intellettuale in crisi col proprio decadimento fisico che vive un’ultima stagione felice insieme a una ragazza. È una storia comune, scritta con talento amaro, con raffinata prosa anche qui carica di digressioni, ma cosa ci racconta di nuovo? Roth attraverso questo racconto non raggiunge nessuna vetta poetica, nessuna originalità. Ben altri hanno raccontato il tema della maturità e della giovinezza, del ritorno impossibile della prima alla seconda: Mann con La morte a Venezia e Gombrowicz (autore pressoché ignorato e invece grandissimo, una sorta di “Kafka allegro”, il corrispettivo letterario di Joker, altro che Roth) con Pornografia. Roth ci rende più amara la vita dicendoci quel che già sappiamo: invecchiare è, in un certo senso, un processo vergognoso di cui si farebbe volentieri a meno.

Il problema di Roth è che non esce dalle sue ossessioni masturbatorie, non se ne riscatta, cosa che invece capita ai grandi autori, ma riesce a convincerci di essere colto, sensibile e onesto perché in un certo senso lo è. Ma ancora non basta a essere un grande autore. Un grande autore è unico e nuovo. Eredita quello che hanno detto gli altri venuti prima di lui, ma rinnovandoli con qualcosa di originale. Roth mi sembra solo derivativo. Di chi? O beh, di Salinger, ad esempio, di Bellow, di Henry Miller, ma non mi sembra che abbia aggiunto qualcosa di veramente unico a questi autori. Prendere un Kurt Vonnegut: è centomila volte più originale di Roth nel descrivere il mondo e la guerra come nessun altro aveva fatto prima. Con una prospettiva ridicola e che ridicolizza, quella della fantascienza, ma ciò facendo è in grado di ridonarci la dimensione dell’assurdo.

Roth è un autore che sa scrivere e sa dire le cose giuste. Non nel suo modo, ma nel modo più colto e raffinato che si possa immaginare. È un interprete di una grandezza che ha già scoperto qualcun altro.

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