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Dormire in un mare di stelle, la fantascienza di Christopher Paolini3 min read

16 Ottobre 2020 3 min read

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Dormire in un mare di stelle, la fantascienza di Christopher Paolini3 min read

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Articolo pubblicato su Wired Italia

Christopher Paolini divenne famoso con Il ciclo dell’eredità, o meglio, con Eragon, primo capitolo di una quadrilogia fantasy tradotta in molte lingue e che ha venduto più di 30 milioni di copie. Oltre che l’opera in sé, all’epoca, aveva stupito l’età  acerba a cui l’autore aveva partorito la prima edizione, pubblicata dalla casa editrice dei genitori: quindici anni. Nel 2011, con l’uscita di Inheritance Paolini chiudeva la saga che lo aveva reso celebre in tutto il mondo. Solo sette anni dopo pubblicava La forchetta, la strega e il drago: Racconti di Alagaesia, tre racconti brevi ambientati nello stesso universo della saga precedente, parte del libro veniva firmata dalla sorella.

Sembrava che l’autore di Eragon fosse uno di quei casi editoriali precoci destinati a esaurirsi con la saga che gli aveva dato fama, quando ecco il 15 settembre arrivare in libreria Dormire in un mare di stelle – 1 (Rizzoli, la seconda parte della storia sarà disponibile dal 20 ottobre), un romanzo scifi a cui l’autore ha lavorato per dieci anni. Con quest’opera, Paolini mette a tacere le voci di chi lo pensava un fenomeno editoriale destinato a scomparire insieme ai brufoli dell’adolescenza. Dormire in un mare di stelle è un romanzo che può essere avvicinato sia da un pubblico adulto che young adult. Come il titolo anticipa, non voliamo più a dorso di drago, ma tra le stelle di una storia che a tratti richiama la fantascienza epica, una space opera che ha a che fare con i viaggi spaziali a bordo di avveniristiche astronavi e alieni.

La scrittura di Paolini è accessibile, come lo era stata ai tempi di Eragon e conduce per mano il lettore in un’avventura piena di sorprese senza richiedere alcuno sforzo per essere portata a termine. Attinge con disinvoltura alla fantascienza mainstream che ha plasmato l’immaginario dei millennials, generazione a cui l’autore appartiene. Ora, non voglio spoilerare, ma all’inizio del romanzo ci sono diversi “momenti Alien” e gli alieni tentacolari chiamati “meduse”, alla loro prima apparizione, hanno un aspetto ingenuo che richiama la fantascienza anni Cinquanta. Naturalmente, ci sono i sonni crio in cui un equipaggio viene ibernato durante le lunghe tratte e i computer di bordo sono detti “cervelli”. L’immaginario ci è sì familiare, ma Paolini riesce a non renderlo scontato giustificandolo con un minimo di ricerca. Sia chiaro, la sua non è hard science fiction, ovvero quel genere di fantascienza in cui il dato scientifico e la sua fondatezza sono basilari, ma quando fa muovere i suoi personaggi in assenza di gravità o li fa volare attraverso il subspazio, riesce a essere convincente.

La storia è quella di Kira Navarez, una xenobiologa che durante un’esplorazione s’imbatte in un artefatto alieno. Una strana polvere comincia a muoversi attorno a lei e ben presto la ragazza si ritroverà coperta da una seconda pelle in grado di proteggerla, potenziarla e difenderla nei momenti più critici. Un’armatura aliena con cui l’umana interagirà in maniera sempre più approfondita intuendo che dalla comprensione della tuta dipende quella delle “meduse” cioè degli alieni che stanno attaccando le colonie umane nello spazio.
Paolini scrive un romanzo – in Italia diviso in due libri – che è un piacere da leggere per nerd della sua età, più giovani e, perché no, anche più vecchi. Il lettore non si spaventi dallo spessore dell’opera – i due libri arrivano alle mille pagine – perché  è narrata da una mano sapiente che è riuscita a trattenere parte della freschezza che ha segnato il suo esordio.

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