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Sono un po’ vecchie queste Ragazze elettriche4 min read

14 Agosto 2020 3 min read

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Sono un po’ vecchie queste Ragazze elettriche4 min read

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Nel 2016 vedeva la pubblicazione un romanzo destinato ad avere successo e a creare dibattito: Ragazze elettriche di Naomi Alderman, edizioni Nottetempo. Salutato dalla critica e dal pubblico con favore. È molto importante specificare la data di uscita di questo romanzo, il 2016. Un anno prima della nascita del Movimento Metoo, in seguito allo scandalo Weinstein, il produttore hollywoodiano, tutt’ora sotto processo, reo di aver stuprato, ricattato attrici o aspiranti attrici o di aver distrutto la loro carriera caso mai non avessero ceduto alle sue voglie. Come tutti sappiamo da questo scandalo è nata una nuova sensibilità femminile, più attenta ai propri diritti e agguerrita nel difenderli.

Se il romanzo della Alderman fosse stato scritto (e pubblicato) dopo i fatti del Metoo, automaticamente lo avremmo considerato a essi ispirato, ma l’autrice lo ha concepito e scritto prima, quindi bisogna darle merito di aver, in un certo senso, anticipato i fatti. Ma se la Alderman ha anticipato i fatti, lo stesso non si può dire che lo abbia fatto con i tempi perché, con la sua storia, lancia un messaggio che conoscevamo già: le donne non sono migliori (né peggiori va da sé) degli uomini. Se avessero avuto loro il potere, non è detto che la Storia avrebbe preso un corso migliore, e se lo avessero oggi, non è garantito che vivremmo in un mondo più pacifico.

Nelle sue interviste, l’autrice dichiara che è proprio questo il cliché che ha voluto ribaltare o, se non altro, mettere in discussione: quello della donna più buona. In realtà, non sono le persone a possedere il potere né un genere sessuale, ma è il potere a possederci e, nel suo nome, a farci compiere atti terribili.
Nel romanzo della Alderman ciò che porta le donne al potere e gli uomini in una condizione sempre più vicina alla schiavitù, è l’elettricità. Ogni donna, all’altezza della clavicola, possiede una matassa di nervi che la rende capace di lanciare fulmini e dunque incendiare, attivare e incenerire. L’energia è potere. E questo potere, nel romanzo, viene scoperto ed esercitato attraverso tre personaggi femminili: Roxy, figlia di un criminale inglese a cui viene uccisa la madre durante uno scontro tra bande rivali; Allie, una ragazza che viene rimbalzata di casa famiglia in casa famiglia subendo molestie sessuali da parte dei padri affidatari; Margot, sindaca di una importante città del Nordamerica.

Attraverso queste donne, scopriamo gli effetti dell’esercizio del potere – ovvero lo scatenare elettricità a proprio piacimento – in vari settori: quello della criminalità, delle sette religiose (Allie intraprenderà quella strada) e della politica.
Il romanzo affronta quindi la questione della battaglia di genere e del rovesciamento delle sorti, sul piano ideologico. Ed è qui, secondo me, che la Alderman manca l’obiettivo.

Quella di genere è una guerra anzitutto domestica, che si combatte tra marito e moglie, genitori e figli, fratelli e sorelle entro le mura di casa. Sono da ricercare lì i tabù, il magma dei rapporti tra sessi. È vero che la Alderman lo fa, ad esempio tratteggiando la figura di Jos, la figlia adolescente di Margot plasmata dalle ambizioni della madre, ma in modo un po’ schematico. Soprattutto Roxy che, essendo il vettore narrativo attraverso cui l’autrice esplora il mondo criminale, scade puntualmente nei cliché del personaggio da noir. Mi spiego meglio: un po’ per la non riuscita caratterizzazione un po’ per la prospettiva allargata, sociale e globale adottata dal romanzo, le donne che rovesciano gli uomini, sono troppo simili agli uomini e sembrano poco donne.

Forse senza volerlo, l’autrice ci dice qualcosa di originale su come questo rovesciamento di potere viene vissuto dagli uomini, come il giornalista Tunde che, nell’intimo, sogna di essere posseduto dalle donne, trasformandosi in un uomo-oggetto e abbandonando tutti i faticosi presupposti sessuali e sociali che l’idea del maschio dominante si è portata dietro nei secoli e che il maschio contemporaneo non sembra più nelle condizioni di rappresentare.

Se la Alderman scrive un romanzo datato, una distopia che parte tutta da un’idea che un’autrice potrebbe aver avuto mezzo secolo e oltre fa – e forse qualcuna l’ha avuta, chi lo sa – non si può dire che la sua non sia una storia interessante da leggere, piacevole, per il ritmo incalzante della prosa, e che offre comunque degli spunti di argomentazione.
Perché le donne sono ancora lontane da possedere il mondo, alla fin fine, sempre nelle mani degli uomini.

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