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Le ombre di Morjegrad, com’è il romanzo che ha vinto il premio Urania 20183 min read

19 Dicembre 2019 3 min read

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Le ombre di Morjegrad, com’è il romanzo che ha vinto il premio Urania 20183 min read

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Molte discussioni riguardo al romanzo vincitore del premio Urania 2018, Le ombre di Morjegrad, si sono concentrate sul fatto che è scritto da una donna. La fantascienza in Italia è un genere ancora dominato dagli uomini. Basti vedere lo stesso premio Urania, forse il riconoscimento di maggior rilievo qui da noi: la Cavallero è la seconda donna ad averlo ricevuto, dopo Nicoletta Vallorani che fu premiata nel lontano 1992.
Io, però, tralascerei il genere sessuale di chi ha scritto il romanzo. Non che non sia un dato importante, ma ai fini della lettura è ininfluente. Una storia o è bella o brutta, questo conta nel momento in cui consiglio un libro a un amico o gli dico che è il caso che non butti via i soldi. A memoria, non ho mai detto: “Non leggerlo, è scritto da una donna, fa schifo!” (a proposito di fantascienza scritta da una donna: leggete The Long Way – Il lungo viaggio, di Becky Chambers).
Per quanto riguarda Le ombre di Morjegrad potrei limitarmi a dire brevemente che si tratta di un romanzo con un grande pregio e un  grande difetto.

Il grande pregio è la qualità della scrittura. La prosa, incisiva, ricercata, serrata, abile nell’evocare scenari. Il grande difetto è l’assenza di una vera storia. Alla fine del romanzo, la protagonista rimane appunto Morjegrad, una città fondata su un pianeta nel quale i terrestri hanno migrato. Un pianeta roccioso, ferrigno, refrattario alla vita a cominciare dai panorami per finire con l’edificazione dei quartieri e il sistema sociale disumano che si è instaurato. Difatti, la mancanza di una storia, spinge l’autrice a comporre una serie di racconti-scorci di Morjegrad anziché una trama che sia anche parabola, con un inizio, un evolversi e un finale.

In questi racconti, la Cavallero ci fornisce sprazzi di ordinaria disumanità: Alex e Sara, la prima una donna che, sottoposta a terribili esperimenti, si è trasformata in una creatura condannata a non morire e a uccidere, la seconda una dottoressa pietosa; Chloe, ex prostituta ora diventata un’agente in forze contro il sistema; Artemis costretta a entrare in azione per riavere sua figlia e così via. In questi racconti troverete quartieri costruiti a gironi, simili all’inferno dantesco, ospedali che sembrano sbucati fuori da Silent Hill , fiumi o mari densi e oscuri come immense pozze di catrame e tanto, tantissimo pessimismo sulle umane sorti progressive. L’ambientazione è cupa in modo divertente (anche se un po’ scontato, a volte). Si fa largo uso di nichilismo. Insomma, il romanzo sembra voler raccontare il lato oscuro per il gusto di farlo e perché controbilanciarlo con uno radioso e mettere in piedi una trama di buoni e cattivi e destini che si compiono non gli interessa. Rimane però una virtuosa prova stilistica, una scrittura di qualità che non deluderà i palati raffinati, quelli che antepongono la suggestione alla trama.

Se dovessi trovare qualcuno di simile alla Cavallero, punterei il dito sul compianto Alan D. Altieri. Stessa tensione della prosa, stesso modo chirurgico di descrivere, atto a dare in pasto al lettore brani di apocalissi più che a delineare affreschi compiuti. Se volete immergervi in una fantascienza cupa e nichilista questo è il romanzo che fa per voi. Se amate le saghe in cui l’eroe – o l’eroina – compie un viaggio di formazione al termine del quale non sarà più lo stesso, allora evitate.

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