Kafka, Proust e Pirandello – Tra scrittura e semantica

La Leggivendola

Certi scrittori sono così famosi che riusciamo a farci un’idea delle loro opere anche se non le abbiamo mai lette, né ci sfiora l’intenzione di farlo in futuro. Qualcuno nomina Dickens, e noi ci figuriamo subito quello scrittore inglese che scrive con quello stile, e che crea quel tipo di personaggi incuneati in un quel genere di storie, anche se non abbiamo mai preso in mano neanche Canto di Natale (1843), un romanzo breve certo più approcciabile dell’immenso Circolo Pickwick.
Potremmo dire lo stesso di James Joyce, di Shakespeare, di Edgar Allan Poe. Restando all’interno dei nostri confini, ci sarà immediato figurarci un determinato tipo di trama e di protagonista, se qualcuno farà il nome di Italo Svevo, che abbiamo studiato titolo dopo titolo durante l’ultimo anno delle superiori, a prescindere dall’indirizzo scolastico. Più un autore risalta all’interno di una cultura, più sarà automatico per i membri di quella cultura associarlo a un certo aspetto della sua scrittura. Lapalissiano, no?

Più o meno. Qual è il significato di “lapalissiano”, e da dove nasce? Deriva dal maresciallo Jacques de Chabannes, signore di La Palice, o meglio dall’errore compiuto dai soldati che erano sotto il suo comando durante l’assedio di Pavia (1525) in cui de Chabannes ha perso la vita. Onde onorarlo, i suoi soldati scrissero per lui una canzone contenente una frase tragicamente ridicola, riferita alla dipartita del loro comandante, “Ahimé, se non fosse morto, sarebbe ancora vivo”. L’ovvietà della strofa è così evidente da risultare comica, e ha guadagnato al signore di La Palice una strana eredità, l’accostamento del proprio nome con l’affermazione di un fatto così evidente da renderne l’enunciazione superflua, se non ridicola.

Il termine lapalissiano deriva dunque da una sfortunata svista; diversamente per kafkiano, riferito ovviamente a Franz Kafka, (1883-1924), autore di La metamorfosi, Il processo, America e Il castello, – nonché numerosi racconti. Kafkiano sta a indicare un tipo di situazione paradossale e angosciante, alla quale tuttavia non è possibile reagire secondo l’assurdità che la situazione presenta. Lo sconvolgimento irrealistico del ritrovarsi al mattino con le sembianze di uno scarafaggio, o con un processo che grava sulle proprie spalle per un crimine mai precisato, è la quintessenza del termine kafkiano.

Marcel Proust (1871-1922) ci allontana dall’angoscia, con la sua madeleine e il suo tempo perduto. L’aggettivo “proustiano” si riferisce alla ricercatezza del suo stile e alla complessità delle sue strutture sintattiche, e soprattutto una scrittura capace di “evocare sensazioni delicate e nostalgiche”, in un flusso delicato di ricordi. Perfino io, che non ho ancora nemmeno ipotizzato di iniziare l’immane Alla ricerca del tempo perduto, riesco a farmi un’idea piuttosto precisa del tipo di letteratura che mi si sta proponendo, alla pronuncia di Proust.

E ammetto, con una vergogna che non mi scomodo a nascondere, che non ho mai letto nemmeno Pirandello (1867-1936). Ho tentato un paio di volte, ma ho fallito miseramente. Perdonami, Mattia Pascal; comprendetemi, Marta Ajala e Vitangelo Mostarda. Di voi ho saputo troppo e troppo presto, da una professoressa di lettere troppo zelante che mi ha scartato davanti ogni mistero contenuto nei vostri libri, e ora non so più cosa cercarvi. Ma anche chi come me non è mai riuscito ad andare oltre la decima pagina di una qualsiasi opera pirandelliana, saprà bene che il termine non si riferisce alla semplice bibliografia dell’autore, ma a trame che abbiano al proprio centro crisi d’identità, situazioni drammatiche o paradossali, un uso peculiare e struggente dell’ironia.

Sono pochi gli esempi che ho riportato finora, perché sono pochi gli scrittori che hanno visto fare del loro nome un concetto astratto universalmente riconosciuto, e non soltanto comprensibile dall’interlocutore di turno. Se mi dicessero che una certa trama ha risvolti tolkeniani o austeniani, va da sé che coglierei l’analogia che mi si sta cercando di comunicare. Ma “tolkeniano” e “austeniano” non stanno che per termini che rimandano alla produzione dei due scrittori, senza portare nulla di più della suddetta associazione. Funziona diversamente per i termini citati in precedenza; se volessi definire un’affermazione lapalissiana o una situazione kafkiana, non starei rendendo conto al maresciallo francese né allo scrittore polacco. Sono parole che si sono staccate dalla loro fonte e sono diventati pezzi di significato indipendenti, – è così che funziona con le lingue, inizi da un segno-suono agganciato a un senso e ti ritrovi con un’amalgama di analogie, uno sviluppo spesso non lineare. Forse il senso di questo articolo è di per sé un po’ lapalissiano.

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