Jocelyn uccide ancora, nel vortice dello Sgargabonzi

La Leggivendola

Qualche settimana fa è uscito per minimum fax Jocelyn uccide ancora dello Sgargabonzi, raccolta di racconti e bizzarre facezie di cui per un po’ si è parlato parecchio, e di cui fioccavano in giro per la rete un bel po’ di recensioni. Mi ero ripromessa di approfondire la questione – a parlarne erano riviste del cui giudizio mi fido parecchio – ma prima che avessi il tempo di farlo me lo sono ritrovato davanti in biblioteca, esposto bel bello tra le novità.
L’ho preso senza pensarci due volte, né leggere la quarta di copertina. Le biblioteche sono gratis, sfruttiamole al meglio che possiamo, – anche se poi si rischia di finire con pile di decine di libri accatastati per tutta la stanza, e la consapevolezza bruciante del prestito in scadenza e non rinnovabile, e del tempo per leggere che continua ad assottigliarsi.

Temevo di tralasciarlo, invece l’ho attaccato subito. A prendermi sono state un po’ le trovate, un po’ i toni, un po’ le aspettative da un incipit negate da un finale che pare improvvisato. Ma andiamo con ordine, diamo un po’ di contesto.
Lo Sgargabonzi è lo pseudonimo di Alessandro Gori, blogger, comico e scrittore al quarto romanzo. È un personaggio-persona di quelli destinati per forza a far parlare di sé; rifiuta di far circolare immagini e video suoi e delle sue performance, la sua comicità punta al dissacrante e al disturbante, e non c’è granché preoccupazione di far capire al pubblico quale sia la posizione rispetto a quanto viene narrato – racconti su pedofilia, abusi, l’Olocausto che incontra il reality. Posta con una certa costanza sulla sua pagina facebook – possiamo definirla di “raffinato shitposting”? – che può vantare un ottimo seguito.

Jocelyn uccide ancora è una raccolta di racconti intercalata da Interludi in cui lo spirito di David Bowie viene chiamato a interagire tramite una non meglio precisata evocazione, e si esprime su variegatissimi temi battendo contro… contro cosa? Lui comunque riesca a battere.
Lo stile varia moltissimo, e può passare da un linguaggio onirico e poetico, nel senso più Bukowskiano del termine, a una soave leggerezza, e poi via di flussi di pensieri legati o slegati, ridondanti e ributtanti. Il finale non è mai quello che ci si aspetta, di norma si trova nella direzione opposta a quello che si era immaginato.
I riferimenti alla società dell’editoria non mancano, anzi. Oltre a Il funerale di Dario Fo e Le avventure di Christian Raimo – che hanno ben poco a che fare con la quotidianità del giornalista e scrittore – c’è il racconto Cronache di ordinaria normalità al Salone del Libro, in cui l’istituzione viene presa perlopiù bonariamente in giro. Nulla di eclatante, perché le problematiche nella gestione del Salone sono note più o meno a chiunque abbia voglia di accostarsi anche solo per un attimo all’editoria nostrana; quello che mi ha colpito è stato piuttosto costruire tutto il racconto prendendo come bersagli autori e professionisti dell’editoria non troppo conosciuti al grande pubblico. Leggendo ridevo, da feticista letteraria, e intanto mi chiedevo quale fosse il lettore ideale del racconto, per chi fosse stato effettivamente scritto.

Si tratta di un volume strano e interessante, che si presta curiosamente a essere letto da pubblici molto diversi, e con sensibilità molto diverse. Leggendo mi veniva da pensare alle pagine di dank memes, e poi mi uscivano paralleli ad Apollinaire e Alfred Jarry. Se ancora non si fosse capito, Jocelyn uccide ancora è un libro difficilmente classificabile.

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