La parolaccia, un lusso che non tutti gli autori possono permettersi

Penne Matte

È incredibile come una parolaccia detta passi tranquillamente tra le orecchie di chi ascolta mentre una parolaccia scritta, specie in un romanzo dove la verosimiglianza è la chiave e dialoghi, personaggi e descrizioni devono essere pertinenti, possa suonare male, sbagliata, una forzatura. Una svendita del proprio talento.
Personalmente non amo Trainspotting, il romanzo d’esordio che ha dato fama a Irvine Welsh. O meglio, non amo la sua traduzione italiana. Gronda parolacce. Parolacce che invece che tenere alta l’emozione, rinnovarla o dare l’idea del parlato, la degradano.
Prendete il seguente passaggio.

“Cazzo, sai che veramente non lo so, Tom. Ti fa sembrare più vere le cose. La vita è una rottura di palle, non ti dà mai un cazzo. Partiamo tutti pieni di belle speranze, che poi ci restano in canna. Ci rendiamo conto che tanto dobbiamo morire, magari senza riuscire a trovare le risposte che contano veramente. Ci facciamo venire un sacco di idee del cazzo, tanti modi diversi di vedere la realtà della nostra vita, ma senza mai veramente capire un cazzo delle cose che contano, delle cose importanti.”

“Cazzo” è usato quattro volte quando poteva ricorrere una soltanto, il tono è già abbastanza colloquiale e diretto di per sé.
Hemingway non usa quasi mai le parolacce e nonostante ciò si possono leggere pagine intere di dialoghi scordandosi di stare leggendo, come se i suoi personaggi ci fossero accanto e stessero parlando veramente.
Bukowski dice meno parolacce di quel che si pensi. La sua prosa, nei momento di grazia, è secca e disillusa e non ha bisogno di trucchi per evocare lo squallore in cui si cala.
In A sud di nessun nord scrive:

Personalmente non avevo molto da perdere, né io né il mio cazzo di media misura.

Qui “cazzo” non stona. Tra l’altro l’effetto parolaccia è subito smorzato dall’espressione seguente che richiama un senso di ordinarietà, “di media misura”. Bukowski avrebbe potuto anche scrivere “pene di media misura” che sarebbe stato lo stesso.
In Ultima fermata Brooklyn di Hubert Selby le parole non si risparmiano, ma mentre leggiamo sentiamo che sono doverose perché il romanzo è scritto in una sorta di flusso di coscienza metropolitano, è come se la strada, i marciapiedi, i bar, le stanze degli alberghi stessero narrando gli esseri umani che li affollano e si tratta di un’umanità trasandata, prostitute, marinai, drogati eccetera.

Considerazioni:

* Non usare le parolacce troppo frequentemente o a breve distanza l’una dall’altra, finirebbero con l’essere ridondanti.

* Tieni presente quel che diceva Hemingway sulle emozioni: vanno evocate, non descritte. La parolaccia ha una valenza emotiva che se non necessaria finisce col risultare pesante, una forzatura.

* Usa le parolacce quando non puoi farne a meno: in un dialogo tra adolescenti, sarebbe poco verosimile parlare di “pene”, “vagina” o “seno”.

* Se stai scrivendo un romanzo storico, attento perché anche le parolacce hanno una loro storicità.

* Usale tenendo conto del tuo pubblico di riferimento. E qui Cinquanta sfumature di grigio ha tanto da insegnarci. Il romanzo parla – vorrebbe parlare – del rapporto sadomaso e della relazione d’amore tra un uomo di successo e una timida verginella. Il sesso è un elemento chiave eppure raramente troverete la parola “cazzo”, perché? Perché Cinquanta sfumature è una favola, una Cenerentola aggiornata e un po’ piccante, e nelle favole, che a leggerle siano bambini o casalinghe insoddisfatte, le parolacce non si usano mai.

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