10 romanzi che usano al meglio i dialoghi

Alberto Grandi

Trilogia della città di K, Agota Kristof
Romanzo terribile sulla guerra e i suoi traumi e su due gemelli che forse sono uno solo. Il ritmo narrativo è implacabile. Frasi brevi, secche, senza aggettivi. Nessuna digressione. E dialoghi che ti fanno scordare che stai leggendo.
Incipit
Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.

American Tabloid, James Ellroy
Sparatemi: James Ellroy vale dieci, cento Philip Roth! Forse sono l’unico a pensarlo, ma credo che l’autore di romanzi come American Tabloid e LA Confidential (ma anche di tanta spazzatura) abbia innovato non solo il noir ma la letteratura americana tutta con una prosa veloce, basata sullo staccato e che dà il meglio nei dialoghi tra gli sbirri e i criminali sotto interrogatorio. Meglio che il verboso, digressivo prolisso Roth.
Incipit
Si faceva sempre alla luce del televisore.
Alcuni latinoamericani agitavano armi da fuoco. Il capo del gruppo si piluccava insetti dalla barba e fomentava i suoi. Immagini in bianco e nero: tecnici della Cbs in divisa mimetica. Cuba, brutta storia, disse un annunciatore. I ribelli di Fidel Castro contro l’esercito regolare di Fulgencio Batista.
Howard Hughes trovò la vena e si iniettò la codeina. Pete lo osservò di soppiatto: Hughes aveva lasciato la porta della camera socchiusa.

Il giovane Holden, JD Salinger
Salinger era un asso nei dialoghi. E il suo unico romanzo, non a caso, è un monologo confessione che arriva splendidamente all’orecchio del lettore. Una voce fluida e familiare che sentiamo subito come nostra.
Brano
– La vita è una partita, figliolo. La vita è una partita che si gioca secondo le regole.
– Sì, professore. Lo so. Questo lo so.
– Partita un accidente. Una partita. È una partita se stai dalla parte dove ci sono i grossi calibri, tante grazie – e chi lo nega. Ma se stai dall’altra parte, dove di grossi calibri non ce n’è nemmeno mezzo, allora che accidenti di partita è? Niente. Non si gioca.
(cap. II, p. 11; 2008)

Killshot, Elmore Leonard
Alcuni lo considerano il miglior autore di dialoghi del Novecento nordamericano. Di sicuro questo come altri libri, non esisterebbero senza le battute salaci dei suoi personaggi, i loro modi di parlare che li delineano non solo caratterialmente, anche fisicamente ed esistenzialmente.
Incipit
Blackbird si disse che beveva troppo perché il Silver Dollar era proprio a due passi dal suo hotel, bastava scendere le scale. Impossibile uscire di lì senza passarci davanti. Impossibile passare per Spadina Avenue, vedersi sparata dritta in viso quell’insegna del cazzo, lampadine a centinaia, e far finta di niente. Impossibile non entrare per qualche drink, prima di salire di nuovo in quella stanza col soffitto che sembrava una cartina stradale, da tutte le crepe che aveva. O magari a farlo bere troppo era la gente che c’era dentro, al Silver Dollar, e non la piantava di parlare dei Blue Jays. Ormai si era convinto che l’unico modo per darci un taglio ed evitare di sentirsi di merda al mattino era filarsela una volta per tutte da Toronto e dal Waverley Hotel. Seguire una di quelle crepe nel soffitto.

Tagliando i capelli, Ring Lardner
Era uno degli autori preferiti di Salinger e in effetti leggendo questi racconti si capisce perché. Storie brevi, di quotidianità metropolitana, tutte giocate sulle battute tra due o più persone. Storie di frivolezza, di personaggi leggeri, forse superficiali ma che danno un ritmo forsennato al parlato e ti proiettano nell’America superveloce e troppo felice di inizio Novecento.
Brano dal racconto I fatti
E quando Billy raggiunse il cancello, il treno delle cinque e venticinque era già partito e quello delle cinque e trenta si preparava a corrergli dietro.
«Per dove?» domandò il bigliettaio.
«Sbraun Zen».
«Corra, allora» disse il bigliettaio.
Billy si mise a correre. Corse verso il primo vagone belvedere del treno Rock Island, diretto a St. Joe, nel Missouri.
«Dove?» domandò il controllore.
«Sbrau Zo» disse Billy.
«Lo vedo bene che è sbronzo» disse il controllore. «Ma dov’è che deve andare?»

Il laureato, Charles Webb
All’80% il copione del film venne estrapolato dal romanzo che lo ispirò, non a caso se lo leggete, avrete l’impressione di stringere tra le mani uno script cinematografico più che un romanzo. Questo perché Il laureato si esprime attraverso i dialoghi, la voce cinica e disillusa di Mrs Robinson e quella goffa e in crisi del suo giovane amante.
Recensione del libro su Penne Matte

I quarantanove racconti, Ernest Hemingway
La prosa limpida, misurata di Hemingway rimane un esempio, un modello da seguire o da cui iniziare se si vuole imparare a scrivere. E al suo meglio la troviamo in questi racconti, nell’alternanza azione e dialogo che dona una magica spontaneità alla lettura.
Brano da Le nevi del Kilimangiaro
Il Chilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5890 metri e si dice che sia la più alta montagna africana. La vetta occidentale è detta “Masai Ngài”, Casa di Dio. Presso la vetta c’è la carcassa stecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare che cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine.
«Di magnifico c’è che non fa male» egli disse. «È così che si sa quando comincia.»
«Davvero?»
«Sul serio. Mi spiace tanto dell’odore, però. Deve darti fastidio.»
«Oh, no. Non dire.»
«Guarda quelli» egli disse. «Cos’è che li tira qui, la vista o l’odore?»

The Commitments, Roddy Doyle
Anche in questo caso, come ne Il laureato, abbiamo l’impressione di leggere un copione più che un’opera di narrativa. È lo stile che Doyle ha sempre sfoggiato nei suoi romanzi basati su una scrittura immediata, secca dove il dialogo crea un contesto con poche parole.
Incipit
– Chiediamolo a Jimmy, disse Outspan. – Jimmy lo sa di sicuro. Jimmy Rabbitte se ne intendeva di musica. Se ne intendeva eccome. Quando andava in centro, mai che lo si vedesse tornare a casa senza un nuovo album o un LP o come minimo un singolo. Leggeva Melody Marker e New Musical Express tutte le settimane, se li divorava, e Hot Press ogni due settimane. Ascoltava Dave Fanning e John Peel. Leggeva perfino Jackie, la copia di sua sorella, se nessuno lo vedeva. E allora era chiaro che Jimmy se ne intendeva.

Casa d’altri, Silvio D’Arzo
È probabile che in pochi abbiano sentito parlare di questo autore morto ad appena 32 anni nel 1952 il cui vero nome è Ezio Camparoni. Nato a Reggio Emilia, ha pubblicato solo racconti a eccezione di un romanzo. Nel racconto In casa d’altri mette inscena dialoghi bellissimi in cui il senso letterale del parlato nasconde in realtà altro, un po’ come nei Malavoglia di Verga. Montale lo definì “un racconto perfetto”.
Incipit
All’improvviso dal sentiero dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane.
Tutti alzammo la testa.
E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo.
Chini attorno al saccone di foglie, al lume della candela, c’eravamo io, due o tre donne di casa, e più in là qualche vecchia del borgo. Mai assistito a una lezione di anatomia? Bene. La stessa cosa per noi in certo senso. Dentro il cerchio rossastro del moccolo, tutto quel che si poteva vedere erano le nostre sei facce, attaccate una all’altra come davanti a un presepio, e quel saccone di foglie nel mezzo, e un pezzo di muro annerito dal fumo e una trave annerita anche più. Tutto il resto era buio.

Factotum, Charles Bukowski
A mio modo di vedere ci sono due Charles Bukowski: uno che fa il verso a se stesso e usa la volgarità come arma di seduzione nei confronti del lettore (quello del sopravvalutato Storie di ordinaria follia) e uno saggio e disilluso che fa del sarcasmo la sua difesa contro lo squallore umano, sarcasmo che sfodera al meglio nei dialoghi. E questo Bukowski lo troviamo nei romanzi di formazione, in particolare nel trittico Panino al prosciutto, Factotum e Donne.
Brano
«Sei mai stato innamorato?»
«L’amore è per la gente vera».
«Tu sembri vero».
«La gente vera non mi piace».
«Non ti piace?»
«La odio».

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