Di libri perduti, prestati, distrutti

La Leggivendola

Se anche volessi tentare di stilare una lista più o meno precisa dei libri che ho perso o danneggiato nel corso della mia esistenza, so che si tratterebbe di un compito impossibile, di una cifra inafferrabile. Coi libri (miei) ho un po’ quel rapporto che si ha con le amicizie vecchie e collaudate, che si fanno rudi e indelicate proprio perché si è consapevoli di quanto ci si può permettere, di quanto la relazione sia dopotutto solida. I libri persi vanno a decine, si ammucchiano tra un trasloco e l’altro. Di quelli prestati e mai tornati non parliamone neanche. Ma va bene così, ogni prestito è una scelta che sottende la possibilità che il libro non torni mai, ma è giusto che il libro parta, se proprio sente quel forte desiderio di emancipazione.
(Poi ci sono anche i prestiti negati perché già al punto di domanda alla fine della richiesta è chiaro che non tornerebbero indietro neanche a mobilitare la SWAT, ma comunque…)

I libri tendono a distruggersi quasi tutti nello stesso modo; acqua, prevalentemente. Magari uno esce con un libro nello zaino e inizia a piovere; magari uno si porta un libro nella vasca e quello scivola e inizia a inumidirsi gli angoli, – e quando ci se ne accorge è troppo tardi. Ci sono metodi più fantasiosi, anche.
Poco fa sorseggiavo il caffè tenendo aperta sulle ginocchia la mia copia di Figlie di una nuova era di Carmen Korn (Fazi, 2018) e un sorso poco attento è finito per metà sulle pagine intonse. La macchia è ancora evidente, credo che lo resterà. Ma c’è stato di peggio; anni fa un tascabile di Laurell K. Hamilton su cui ho rovesciato un’intera caffettiera bollente, l’antologia Strane Creature di Watson Edizioni su cui ho lasciato sbadatamente piovere le mie penne uova e piselli. Anche la gatta Kiki – e tutti i felini che l’hanno preceduta, disgraziati – costituiscono un discreto rischio per la mia libreria, visto che a quanto pare le copertine sono ottime per affilarsi le unghie.

Chi rovina maggiormente i libri, c’è da ammetterlo, sono i bambini. Esempio magistrale è la mia copia di Harry Potter e la pietra filosofale, la prima edizione italiana. Mi era stato regalato quando era ancora una novità assoluta, e ci sarebbero voluti mesi perché il calderone editoriale iniziasse a sobbollire, facendo poi scoppiare l’inevitabile bolla. Di quel volume conservo un chiaro ricordo; infilata sotto le coperte calde nel lettone dei miei, lato madre e via a leggere di Privet Drive.

Ecco, quella stessa copia porta i segni di mia cugina. La cuginetta di tre anni più giovane cui io stessa ho insegnato a leggere, e che ora ha ottimi gusti letterari, – non posso dire che sia merito mio, c’è stato un lungo periodo adolescenziale durante il quale non ci siamo viste né sentite. Il mio Harry Potter porta i segni dei suoi pasti – credo, a giudicare dalle macchie – e del suo vecchio cane, un barboncino malaticcio al quale credo di dover imputare la scomparsa della sovraccoperta e di un paio di pagine iniziali.
Ma va bene così, credo. Come devono partire anche se potrebbero non tornare, i libri devono pure farsi le loro esperienze, vivere pericolosamente tra le mani del lettore. Un libro macchiato e sgualcito, trovo, ha assolto al suo compito di libro ben più di una copia intonsa, che ancora scricchiola quando la apri.
Almeno, è così che la penso, – o è così che mi consolo quando guardo i derelitti che affollano i miei scaffali.

Ci tengo comunque a sottolineare che i libri degli altri li tengo con cura maniacale; è per questo che ci metto tanto a leggerli, che ogni mezzora di lettura deve tenersi in una condizione di assoluta sicurezza. Non è mica facile, eh.

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