Il bestiario nella letteratura del ‘900

La Leggivendola

Il termine “bestiario” indica una specifica tipologia di testi solitamente di origine medievale, in cui l’illustrazione di animali reali o fantastici si accompagna alla loro scarna descrizione. Le radici del bestiario come forma d’arte si riscontrano nel Physiologus, redatto ad Alessandria d’Egitto tra il II e il IV secolo d.C., una breve opera di autore ignoto che condensa le descrizioni simboliche e allegoriche di animali, piante e pietre, corredate di citazioni bibliche. Al Physiologus si sono ispirati i redattori di alcuni dei bestiari più famosi, come Richard de Fournival per il suo Bestiario d’amore. Ebbe grande diffusione anche il Liber monstrorum de diversis generibus, un catalogo iconografico risalente al VIII secolo di quanto esiste di portentoso in natura, suddiviso in tre sezioni, – De monstris, De belvis e De serpentibus – che raccontano della flora e della fauna, reali o mitologiche, dei “quattro angoli del mondo”, di autore ignoto ma probabilmente anglosassone. Al XIII secolo risale il Bestario moralizzato, di autore umbro, composto di 64 sonetti dedicati ognuno a un diverso animale, reale o fantastico, associato a una lezione morale analoga agli esempi di Esopo e Fedro.
Sono troppi i bestiari importanti perché li si possa citare tutti; basti dire che nel corso del Medioevo si sviluppa come un genere letterario a se stante costellato di capolavori, in grado di assorbire le più variegate influenze culturali, dalla Bibbia alle leggende orali fino ai racconti del lontano Oriente.

 

L’ultimo secolo ha visto come una riscoperta distorta del bestiario; non tanto inteso come forma d’arte, quanto come strumento narrativo di catalogazione di esseri improbabili, o come struttura letteraria attraverso la quale comporre una serie di brevi analogie di carattere filosofico o descrittivo partendo dalle caratteristiche dell’animale preso in esame.
Fatto piuttosto curioso, ad arricchire il catalogo dei Bestiari sono spesso autori provenienti dall’America Latina. Abbiamo il Bestiario di Julio Cortàzar, quello di Pablo Neruda, quello di Juan José Arreola. Ci sono poi il Bestiario sentimentale di Guadalupe Nettel e Il libro degli esseri immaginari di Jorge Luis Borges.

Bestiario di Julio Cortàzar (Ixelles 1914, Parigi1984) esce nel 1951, lo stesso anno in cui lo scrittore si trasferisce da Buenos Aires a Parigi. La sua prima raccolta di racconti, che prende il titolo dal racconto che la conclude. In Bestiario Isabel, una bambina, racconta con toni infantili e a tratti sconnessi, la vacanza trascorsa nella villa di campagna della famiglia Funes. Nel raccontare, Isabel si sofferma spesso a riflettere su diversi animali, una presenza quasi infestante lungo tutte le pagine; i moscerini che impediscono di dormire, i cani, il formicaio che la bambina contribuisce a nutrire insieme a Nino, “nuvole di bestioline tutto intorno la lampada a carburo”. E nella villa si aggira nel frattempo una tigre, che tutti gli abitanti devono stare bene attenti a evitare. La presenza nascosta della tigre e la mancanza di riferimenti precisi rendono la lettura del racconto perturbante, bizzarra, fantastica. Non sono da meno altri titoli della raccolta, – come Casa occupata, il racconto di apertura, o Lettera a una signorina di Parigi, in cui un gentiluomo scrive una lettera di spiegazioni e scuse alla proprietaria dell’appartamento da lui abitato per qualche tempo per via del suo vomitare, di tanto in tanto, coniglietti.

Il Bestiario di Juan José Arreola (Chudad Guzman 1918 Guadalajara 2001), una breve serie di microracconti che l’autore ha dettato a un giovane José Emilio Pacheco, si lega assai più strettamente alla tradizione dei bestiari medievali; i singoli titoli, dedicati ognuno a un diverso animale, non durano più di una pagina e mezzo, e paiono le descrizioni oziose di un naturalista filosofo, che pone analogia tra l’animale e l’animo umano e di volta in volta ne chiacchiera in modo differente.

Ancora più aderente al modello degli antichi bestiari l’opera che Jorge Luis Borges (Buenos Aires 1899, Ginevra 1986) termina nel 1957, compilata insieme a Margarita Guerrero, del Manuale delle creature fantastiche. Nel 1967 ne uscirà la versione definitiva e ampliata, Il libro degli esseri immaginari. In quest’opera costruita con ricchezza enciclopedica, vengono illustrate nel dettaglio creature immaginarie provenienti dalle più svariate mitologie, dalla Sfinge agli ippogrifi, dal mirmicoleone al Midgardsorm.

Difficile identificare una motivazione univoca all’origine di una produzione letteraria così tipica; sicuramente parte della risposta si può trovare nelle leggende tradizionali dell’America Latina, che abbondava di racconti orali in cui gli animali rivestivano un ruolo centrale.

In Italia abbiamo il Bestiario di Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno 1906, Milano 1972), una raccolta di tutti i testi pubblicati dall’autore riguardanti il mondo animale suddivisa in racconti e articoli, spesso comparsi sul Corriere, e che Buzzati aveva raccolto e catalogato per anni, ritagliandoli dal giornale. Qui abbiamo una consistente produzione di narrazioni in cui l’animale viene raccontato talvolta con psicologia semplice ma umana – Demolizione dell’albergo, Il Falstaff della fauna – e più spesso pienamente svuotato da tentativi di darne un’interpretazione umanizzante.

Ci troviamo quindi con una produzione di testi ispirati ai bestiari medievali che prende vita soprattutto nella regione geografica dell’America Latina, e qualche sprazzo altrove, per il mondo soprattutto occidentale. Una forma di espressione artistica che viene riproposta secondo i propri canoni tradizionali, oppure reinterpretata completamente – a pensarci bene, viene da chiedersi che forma prenderà tra dieci, venti, cinquant’anni.

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