Manie e feticismi del lettore

La Leggivendola

Ogni lettore ha le sue manie, le sue idiosincrasie; certe sono ricorrenti e condivise da una buona fetta di lettori – intesi come gruppo sociale, senza stare a fare troppo le pulci sulla definizione guardando a “cosa”, “quanto” e “come” uno si senta di leggere. Siamo in tanti, per dire, a provare orrore per il vizio di fare le orecchiette ai libri, così come ad aborrire coloro che spalancano il volume ripiegandolo in due, che se fosse una persona sarebbe sconvolto dai crampi. Le sottolineature invece sono un territorio confuso; c’è chi sottolinea tutte le parti preferite, arrivando ad aggiungere commenti e riflessioni a bordo pagina, e chi se vede un punto di matita si indigna. Io non sottolineo, e mi scoccia trovare i punti salienti già evidenziati da altri. Voglio dire, se quella parte è importante, fatelo decidere a me, no? – d’altronde se prendo libri in biblioteca o dagli store di libri usati, non è che possa poi stare granché a lamentarmi.

Ma ci sono anche le manie personali, quelle che non trovi in rete sotto forma di meme, perlopiù ignorate dai social network. Ci pensavo ieri, quando ho iniziato il libro che sto leggendo in questo momento, Le risposte di Catherine Lacey. Il titolo in questione non ha nulla a che vedere con la mania, ovviamente, mi andava solo di dare un po’ di contesto, – e poi a me Catherine Lacey piace parecchio.
Ma dicevamo, le manie?

Prime pagine del libro in questione; spaparanzata sul mio letto, mi preparo a una lettura intensa e partecipata e, conoscendo l’autrice, altamente emotiva. Poche righe e scopro che un personaggio si chiama Ed. Storco le labbra, mi viene un po’ da ritrarmi dal libro. “Ed” è il nome di uno dei miei migliori amici, che ci fa nel primo capitolo di Le risposte? Mi distrae, come se la persona conosciuta si piazzasse davanti alla sagoma del personaggio pensata dall’autrice. Una seccatura che dura poche pagine, perché a un certo punto il personaggio prende il sopravvento, si sposta davanti alla persona con un garbato “Permesso, qui c’è da mandare avanti la trama” ed è finita lì.
Eppure, per stupido che sia, per cinque minuti questa cosa mi è stata di ostacolo.

Un altro ostacolo letterario sta nel collegare determinati libri a determinate persone; se nella mia mente determinate persone si accompagnano a determinate letture – e sono collegamenti che faccio spesso, per un motivo o per l’altro, per somiglianza di personaggi o per esplicito consiglio – e per un certo periodo ho dei problemi con una certa persona, il libro corrispondente non riesco neanche a toccarlo, figuriamoci a leggerlo. Non è necessario che si tratti di malanimo o antipatia, basta il più vago disagio. Spero di non litigare mai con la mia coinquilina, poi non riuscirei più a prendere in mano Terry Pratchett né Walter Moers, – non che sia il motivo principale per cui spero di non litigare con la mia coinquilina ma insomma, contestualmente…

Trovo sia impossibile godersi appieno un libro, se la lettura è iniziata in seguito a una qualsivoglia pressione. Non sono mai riuscita a leggere nulla per dovere scolastico, e a ben vedere tutta la narrativa che ho letto per gli esami universitari veniva da liste da cui sapevo che avrei attinto comunque, prima o poi. Ma anche senza andare verso obblighi più o meno istituzionali, basta che qualcuno mi assicuri che questo libro devo leggerlo, devo proprio sbrigarmi perché mi piacerà tantissimo, come faccio a non averlo ancora letto?, e mi passa tutta la voglia. Sono certa che se mia madre non mi avesse grattugiato l’anima a forza di consigliarmi Cime tempestose, l’avrei letto ben prima dei vent’anni, e invece ho dovuto aspettare di essere sola in casa senza nient’altro da leggere solo per riuscire a dare una mezza possibilità al capolavoro di Emily Bronte.

Questa mania non ha molto a che fare con la lettura, quanto con l’istinto che porta ad avvicinarsi a un libro. La consistenza delle copertine, al di là della pura grafica. Ho scoperto di avere una prepotente preferenza per le copertine spesse, ruvide, dalla grana spessa e i colori opacizzati. I libri della Del Vecchio, di L’Orma Editore, Edizioni Black Coffee, Cliquot, NN Editore… c’è di mezzo un’esperienza tattile che trovo più intensa, ed è come se quel tipo di copertine si adattassero meglio ai miei polpastrelli, e di certo non vado a scegliere un libro perché mi piace come mi si accomoda in mano, ma insomma, diciamo che sono (inspiegabilmente) più propensa a guardarlo positivamente.

Non voglio sapere nulla, o quantomeno il meno possibile, dell’autore e di un romanzo, prima di iniziarlo. Mi interessano il contesto e il genere, della trama non voglio conoscere che l’incipit, il resto mi verrà raccontato pagina per pagina, grazie tante. Questo fa di me un’ignorante verso tutto ciò che ancora non ho letto ma la cui morale è entrata di diritto nella cultura generale, ma leggere Orgoglio e Pregiudizio o Il grande Gatsby senza avere la minima idea di come sarebbero finiti è stata un’esperienza che non baratterei per il sapere del mondo intero. Per contro, non sono mai riuscita a iniziare I dolori del giovane Werther o Anna Karenina proprio perché mi hanno raccontato come finiscono. Accidenti.

E adesso potrei aggiungere altre manie, altri feticismi, altre piccole e innocue antipatie. Come il fatto che la giornata non mi inizia se non faccio colazione con un libro sotto il naso, come quelle volte che mi è capitato di usare una banana come segnalibro, come tutte le volte che ho tralasciato un libro che volevo in libreria o in biblioteca perché non era l’edizione giusta. Ma ho l’impressione che questo post sia andato avanti fin troppo, e che a voler elencare tutte le personali stranezze di un lettore, si rischi di non fermarsi mai.

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