Ucronia e nazismo, L’uomo nell’alto castello di Philip K. Dick

La Leggivendola

Che i produttori di media audiovisivi si rivolgano sempre di più alla letteratura come fonte per le storie da raccontare, è evidente quanto pacifico. Non sono nemmeno poche quei film e quelle serie televisive che raggiungono un vasto pubblico, al punto da quasi inglobare il romanzo, facendo dimenticare a tanti che la trama è nata su carta, e nel contempo innalzando le vendite del romanzo stesso, che comunque agli appassionati importerà ritrovare trama e personaggi com’erano in origine. The Handmaid’s Tale, Orange is the new black, L’amica geniale. C’è bisogno di andare avanti a elencare titoli?

Nel 2015 è uscita la prima stagione di una serie targata Amazon, The man in the high castle, dal romanzo omonimo di Philip K. Dick del 1962, meglio noto in Italia come La svastica sul sole, – ma anche come L’uomo nell’alto castello, a seconda delle edizioni.

Che dirne? Si tratta di una delle opere più celebri di Dick, secondo forse soltanto a Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, e soltanto per il cult cinematografico che ne è stato tratto nel 1982, Bladerunner. Si tratta sempre di una distopia, tematica assai cara all’autore, – a ben vedere tutti i romanzi di Dick che ho letto finora sono ambientati in un contesto che può avere molto o molto poco a che vedere col nostro mondo, ma in cui i rapporti di potere tra cittadinanza e governo sono a dir poco sbilanciati, spesso secondo meccanismi assurdi e malati. Solo che in questo caso non parliamo soltanto di una distopia, ma di una distopia ucronica.

“Ucronia”, recita Wikipedia, è un genere della narrativa fantastica basato sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale. Nella fattispecie, qui Dick parte dall’assunto raggelante che l’Asse abbia vinto la Seconda Guerra Mondiale, e che il mondo sia interamente dominato dalla potenza nazista tedesca e dal Giappone. Gli Stati Uniti sono spaccati a seconda di come gli stati vincitori se li sono divisi, gli ebrei se la passano male, l’economia stenticchia, il controllo è totale, gli occhi sono puntati sul Fuhrer e nel frattempo buona parte dei personaggi principali affida le proprie decisioni ai Ching.

I Ching, o Libro dei Mutamenti, è un testo classico cinese dal quale si ritiene di poter estrapolare consigli sul futuro, sul passato e quant’altro. Essenzialmente, un metodo divinatorio piuttosto complesso che sia i giapponesi residenti in America che gli stessi americani – i quali avvertono il peso di una lontana grandezza ora gravata dall’essere un popolo asservito e dominato – consultano spesso, fidandosi quasi ciecamente.

In L’uomo nell’alto castello c’è un altro testo, ancora più importante, che ricorre e guida le azioni di diversi personaggi: un romanzo intitolato La cavalletta non si alzerà più, un’ucronia nell’ucronia che per noi è un romanzo storico: l’Asse perde la Seconda Guerra Mondiale, vincono gli Alleati, Hitler si suicida nel bunker etc. Si tratta di un libro proibito, eppure di grande successo e vasta diffusione.

Uno degli aspetti interessanti in questo romanzo, come in altri titoli, è la molteplicità dei punti di vista, ottenuta piazzando i personaggi principali in ruoli assai distanti tra loro. C’è Frank Frink, un ebreo sotto mentite spoglie contraffattore di reperti storici, la moglie Juliana (che potrebbe pure essere un’ex-moglie) esperta di Aikido, piena di traumi e incertezze, il proprietario di un famoso negozio di antiquariato Robert Childan, col suo complesso di inferiorità nei confronti dei giapponesi, l’alto funzionario giapponese Tagomi. Il quadro è completo e dinamico, i personaggi si muovono in un meccanismo impazzito quando ingranaggi lontani tra loro si muovono – di concerto o meno.

Un altro aspetto importante è l’ampio spazio lasciato dall’autore perché i personaggi possano focalizzarsi su ciò che preme davvero loro: non sono schiavi della storia, secondari alla trama. C’è un punto, verso la fine, in cui un personaggio traumatizzato da un evento appena occorso, va a sedersi su una panchina in un parco, e lì diparte una lunga riflessione sull’uomo, la vita, la morte, un viaggio filosofico lungo diverse pagine. È importante per la trama? No, quello che accade in seguito poteva benissimo spiegarsi in mille altre maniere. Ma è importante per il personaggio, è importante per l’autore, è importante perché L’uomo nell’alto castello sia il romanzo che è.

Non so se la serie Amazon sia riuscita a tenere il passo con tutti quegli aspetti che rendono questo romanzo uno dei capolavori di Philip K. Dick; spero di sì. Spero che siano riusciti a rendere la realtà – l’irrealtà – di quest’ucronia almeno in minima parte. Il risultato sarebbe già sbalorditivo.

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