C’è un limite all’orrore in letteratura?

Alberto Grandi

Sabato pomeriggio, 16 anni, a casa di un mio amico. Lui mi si avvicina tutto sorridente, stringendo un libro tra le mani. Non riesco a vedere la copertina, ma dal suo sorriso guascone, immagino si tratti di un romanzo porno che legge segretamente suo padre o sua madre oppure di un libro tra le cui pagine è nascosto qualcosa di proibito. Lo apre e comincia a leggere ad alta voce e io rimango inorridito.
Scene di tortura, amputazioni. Stupri. Roba da dare il voltastomaco anche a uno come me, amante del gore.

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Il passaggio era tratto da American Psycho di Bret Easton Ellis, romanzo denuncia sul “nulla degli anni Ottanta” visto e vissuto da un giovane yuppie di Wall Street che fantastica di orrori come quelli sopra accennati.
Qualche anno dopo, mi trovo tra le mani un romanzo di cui tutti stanno parlando, s’intitola Le particelle elementari, di Michel Houellebecq. Anche questo una denuncia profondamente nichilista. Anche qui ci sono scene di orge miste a vari orrori su cui ora sorvolo e che mi disgustarono profondamente.
Una decina d’anni o poco più ancora e mi cimento nella lettura di quello che, secondo alcuni, è uno dei rari romanzi pubblicati all’alba del terzo millennio che rimarranno, di cui, cioè, si parlerà tra cento-duecento anni come oggi si parla dell’Ulisse e della Recherche. Trattasi di 2666 di Roberto Bolano. Un capolavoro di quasi mille pagine. Bellissimo, ipnotico, ma con dei passaggi disturbanti. Un’intera parte del libro si dilunga nella descrizione dettagliata di decine di scene del crimine dove le vittime sono donne e, nella maggior parte dei casi, orribilmente seviziate prima di venire uccise. C’è poi un’altra parte del romanzo, anche quella parecchio stomachevole, ambientata in un carcere messicano. Vi lascio immaginare.

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Tre romanzi. Due li ho letti: Le particelle e 2666, il primo, secondo me, sopravvalutato, il secondo un capolavoro; poi American Pyscho, che non ho letto, ma di cui ho ascoltato certi passaggi per bocca del mio amico. In comune hanno l’essersi spinti oltre un certo limite nella descrizione della violenza e della crudeltà.
Ecco, la domanda è proprio questa: c’è un limite in letteratura?
Tempo fa avevo caldissimamente  consigliato a mio padre Trilogia della città di K, a mio parere un romanzo bellissimo, sia per quanto riguarda la storia che lo stile. Dopo qualche giorno gli chiesi cosa ne pensasse, lui mi rispose che non ce l’aveva fatta ad andare avanti, certe scene (quelle in cui il cane si accoppia con la ragazzina? Ce ne sono tante, non sono stato a indagare…) lo disgustavano troppo.
Un altro mio amico, a cui avevo regalato Io ti troverò di Shane Steven, grandissimo psycho-thriller su un serial killer che odia le donne (e in alcuni casi le mangia) non era riuscito a procedere oltre un certo punto.
Per mio padre e il mio amico il limite era scattato prima che per il sottoscritto. Anzi, per me il limite non era mai scattato visto che avevo divorato entrambi i libri.

La domanda rimane: c’è un limite all’horror in letteratura?
Se c’è si tratta di un limite condizionato dalla sensibilità del singolo lettore o dal talento più o meno sviluppato dell’autore nel trascenderlo con l’estetica della sua prosa?

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