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Il fantasy italiano nell’era post Troisi: regionale e in via di definizione3 min read

27 Marzo 2018 3 min read

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Il fantasy italiano nell’era post Troisi: regionale e in via di definizione3 min read

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Il fantasy italiano si sta evolvendo? A sentire pareri e interviste sì. E anche a visitare i vari siti – come questo del resto – che si occupano di narrativa.
Un articolo di Avvenire del 24 marzo, firmato da Alessio Vissani, parla di un genere storicamente poco considerato dagli editori nostrani che sta lentamente trovando una propria forma. Tra gli autori ascoltati, Giovanni De Feo che per Fazi ha pubblicato L’isola dei liombruni e per Salani Il Mangianomi, e Roberto Recchioni, sceneggiatore per Dylan Dog e autore (anche) fantasy con la saga Ya (La battaglia di campocarne e L’ammazzadraghi). Ma i nomi, più o meno recenti, sono tanti.
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Siamo da tempo entrati in un’era post Licia Troisi. Nel senso che se fino a poco tempo fa l’autrice delle Cronache del Mondo Emerso (e di tanti altri bei romanzi) era l’unico riferimento che veniva in mente parlando di “fantasy italiano” oggi ci sono tanti nomi portati alla luce sia da editori piccoli e medi che hanno deciso di scommettere sul fantastico, sia dalle piattaforme di self publishing. Di alcuni autori ne abbiamo parlato qui: Livio Gambarini che con Eternal War – Gli eserciti dei santi (Acheron Books), “gioca” con la Firenze di Dante; Chiara Panzuti che con Absence – il gioco dei quattro (Fazi) scrive un urban fantasy basato sull’invisibilità; c’è Andrea Atzori che con SRDN – dal bronzo e dalla tenebra (Acheron Books) rievoca una Sardegna fantastica e mitica; c’è Alberto Grandi che con L’odissea di Timoteo (Delos Digital) rivisita le avventure di Ulisse in chiave fantasy mitologica; c’è La colonna di Antanacara (Gainsworth Publishing) di Ronnie Pizzo e Niccolò Parolini, che si rifanno a un fantasy più classico; poi c’è l’antologia Zappa e spada – Spaghetti fantasy (Acheron Books) che raccoglie dieci racconti scritti da autori alcuni già approdati in libreria altri conosciuti per lo più in rete, tutti rigorosamente italiani e che parlano di un fantastico radicato in Italia.
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Ecco, il fantastico italiano, anzi, il fantasy italiano, che connotazioni ha? Nell’articolo di Avvenire, De Feo indica due modalità di narrazione, una intellettuale e una emotiva. “Quella intellettuale è la linea speculativa, cioè il porsi domande che siano insieme mitopoietiche e filosofiche” e si tratta forse della linea che ha avvicinato gli autori del passato al fantastico, come Calvino e Buzzati; la seconda linea “è legata alle atmosfere di certi luoghi, specie se li ho vissuti durante l’infanzia“. Di sicuro, la geografia è una caratteristica del fantasy italiano, una geografia regionale e provinciale, quindi l’alto Lazio per quanto riguarda un Recchioni, la Sardegna per quanto riguarda Atzori; e una geografia urbana: Firenze per quanto riguarda Gambarini e Roma per quanto riguarda Dimitri, autore di Pan. Quello italiano, per attaccamento al territorio, è un fantasy che affonda inevitabilmente nel folklore come quello della casa editrice Morganti, radicata in Friuli. Insomma, siamo davanti a un fantasy che non può che tener conto del passato se vuole distaccarsi da quello di lingua inglese e avere una propria identità. Del resto perché non farlo? Dalle vette delle Dolomiti alle spiagge della Sicilia passando per i boschi dell’Umbria e del Lazio e i borghi medievali della Toscana, sarebbe impossibile prescindere il panorama che ci circonda e le sue suggestioni.

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