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Gli annientatori di Gianluca Morozzi – recensione2 min read

4 Marzo 2018 3 min read

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Gli annientatori di Gianluca Morozzi – recensione2 min read

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articolo pubblicato su Wired.it
Arriva in libreria il nuovo romanzo di Gianluca Morozzi per TEA editore, si intitola Gli annientatori.
Il suo autore, bolognese, classe 1971, nel corso di una produzione prolifica è riuscito a guadagnare meritatamente uno zoccolo duro di lettori. Non nascondo di farne parte. Seguo Morozzi dai tempi di Despero pubblicato nel 2001 da Fernandel. Alcuni titoli mi hanno sorpreso, Despero, certo, ma anche de L’era del porco e pure L’abisso. C’è stato poi Blackout, thriller claustrofobico, tutto ambientato in un ascensore, punta di diamante dell’autore, divenuto un film con Adrien Gillen (il Ditocorto di Game of thrones) mai distribuito in Italia.
Dopo Blackout, a mio parere tra i migliori thriller italiani del nuovo millennio, Morozzi non ha più raggiunto la stessa tensione, il perfetto incastro tra trama e personaggi, ma continua ad avere storie da raccontare con una voce che non annoia.
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L’ultima è narrata in prima persona da Giulio Maspero, autore bolognese (possiamo ormai dire che Bologna sta a Morozzi come Parigi sta a Simenon) che vivacchia un po’ dei suoi romanzi (uno solo ha guadagnato un medio, per non dire mediocre, successo, Zanne e artigli) un po’ delle convivenze a casa di temporanee fidanzate. In una torrida estate, rimasto senza casa e fidanzata, Maspero finisce per insediarsi nell’appartamento di un disegnatore partito per l’estero, sito in una palazzina occupata da una famiglia inquietante, i Malavolta. Mi fermo qui. La prima parte del romanzo non si discosta per ambientazioni e personaggi dalle passate produzioni: Giulio somiglia a Gabriele de L’abisso e a Lajos de L’era del porco. La sua situazione sentimentale, come quella di tanti eroi morozziani, è precaria e gli ormoni lo guidano sempre verso le ragazze sbagliate. L’ambientazione è il solito sottobosco bolognese fatto di osterie, bar eccetera.
È la seconda parte a fare la differenza. Il racconto di vita precaria di uno scrittore sull’orlo del fallimento, diventa cronaca di un’estate inquietante, passata in un’oscura palazzina abitata dai membri della stessa famiglia che sembrano nascondere qualcosa di terribile. E sfiora l’horror, prendendo come punto di riferimento La casa dalle finestre che ridono, film di Pupi Avati ambientato nella provincia ferrarese e divenuto un cult. Gli annientatori riesce in un intento: incuriosisce il lettore, complice una trama piena di misteri; invece manca l’aspirazione a essere storia inquietante, non mette paura come faceva il film di Pupi Avati. Perché? Perché lo spettro dello scrittore precario che si barcamena tra una fidanzata e l’altra perseguita Morozzi anche quando dovrebbe liberarsene per andare incontro all’orrore che vuole evocare. Il senso di mistero è sempre minato dalla digressione di Giulio, il commento a margine che disinnesca e stempera.
La lettura è piacevole, la storia intrigante e chi è un fan di Morozzi non rimarrà deluso pur provando un po’ di nostalgia per quell’ascensore rimasto bloccato in un torrido agosto con a bordo due ragazzi e un serial killer.
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