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Space opera vecchia e nuova2 min read

1 Marzo 2018 3 min read

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Space opera vecchia e nuova2 min read

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È conosciuto come uno dei più importanti sottogeneri della fantascienza, e probabilmente per molti si identifica con la fantascienza stessa. Sto parlando della space opera, ovvero delle storie che trattano, in generale, di avventure su altri pianeti e di viaggi spaziali e intergalattici.
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La storia del termine è piuttosto intricata. Nasce negli anni ’40 infatti come espressione peggiorativa di una fantascienza affine alla soap opera, e veniva intesa dai suoi detrattori come la trasposizione nello spazio di storie romantiche o western. Negli anni ’60 e ’70 invece il genere inizia ad avere una sua redifinizione, ma dopo poco tempo viene in ogni caso criticata da tutti quegli autori che all’epoca iniziavano a costituire la costola “hard” della fantascienza, venendo additata come obsoleta e poco attenta al rigore scientifico.
All’interno della space opera si possono comunque definire diversi filoni, come quello militaristico, incentrato maggiormente su vere e proprie battaglie tra mondi diversi, come Fanteria dello spazio di Robert Heinlein (1959), o quello della tradizione del “mondo perduto”, come può essere inteso ad esempio Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle (1963). Ovviamente al filone appartengono anche titoli che, sebbene datati, ne mantengono alto il nome. Sto parlando ovviamente del Ciclo della Fondazione di Asimov (dal 1942) e del primo capitolo dell’imenso Ciclo di Dune di Frank Herbert (1965).
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Tuttavia è verso gli anni ’80 che il genere torna davvero in auge, con una “New Wave” che ha il coraggio di rompere con la tradizione, spinta anche dall’incredibile successo del primo capitolo di Star wars. Inoltre negli anni dall”82 e il 2002, il genere della space opera è stato quello più premiato al premio Hugo come miglior romanzo.
Oltre quindi ai già citati Asimov ed Herbert, un gran numero di nuovi autori si affaccia sulla scena. Tra tutti va citato sicuramente Dan Simmons che con la serie Canti di Hyperion (1989-1996) è stato in grado di recuperare alcuni elementi fondanti del genere e rivoluzionarli completamente, diventando per molti amanti l’opera migliore in assoluto di tutta la fantascienza.
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Arrivando ai tempi più recenti, possiamo dire che la passione degli autori per lo spazio profondo e le colonizzazioni di pianeti lontanissimi non è affatto scemata. Dal 2003 Charles Stross ha iniziato la Serie di Eschaton ambientata in un universo post-singolarità tecnologica (qui accenno al significato di questa espressione). Una delle più recenti creazioni di space opera è poi la serie The Expanse, a opera di James S.A. Corey, pseudonimo dietro il quale si nascondono due autori Daniel Abraham e Ty Franck, della quale lo scorso dicembre è uscito il settimo volume. Ammetto che il primo capitolo di questa saga non mi ha fatto impazzire, preferisco di gran lunga l’intelligenza narrativa di Stross, anche se pare che George Martin abbia apprezzato così tanto la space opera di Corey tanto da definirla “grandiosa”… sarà forse perché Abraham e Franck erano suoi collaboratori?

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