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Dedicato a te, omaggi ed epigrafi nei libri3 min read

18 Febbraio 2018 2 min read

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Dedicato a te, omaggi ed epigrafi nei libri3 min read

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Molto spesso i libri che leggiamo, scriviamo (o correggiamo) iniziano con un omaggio. L’autore dedica la sua opera a qualcuno a cui è riconoscente o verso il quale prova un forte sentimento. Per citare due scrittori di cui ultimamente si è parlato molto, Kent Haruf e Richard Ford hanno dedicato i loro libri alle mogli, Cathy e Kristina, con sobrietà e senza alcuna spiegazione. Era altrettanto semplice eppure significativa la frase che era solito usare Francis Scott Fitzgerald: “Ancora una volta a Zelda”.
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A volte si trovano invece dediche più lunghe, con una spiegazione chiara a tutti (Don Winslow, L’inverno di Frankie Machine: “A Bill McEneaney,/ maestro, amico, virtuoso nell’arte di vivere”) oppure più ermetico, magari comprensibile solo al destinatario della dedica (Marco Missiroli in Atti osceni in luogo privato: “A Maddalena,/ c’est toi”). Jonathan Safran Coen, in Eccomi, opta per una via di mezzo e scrive: “A Eric Chinski/ che mi legge dentro/ e a Nicole Aragi/ che mi legge fino in fondo”, un’espressione poetica e intima, ma della quale chiunque può dare una propria lettura. Va nella stessa direzione Niccolò Ammaniti, in Che la festa cominci: “Ad Anatole/ che mi ha tirato fuori da una scatola”. Anatole capirà perfettamente l’allusione e ognuno di noi può farsi la sua idea di cosa significhi “uscire da una scatola”.
Molti libri vengono poi dedicati a un figlio, in arrivo o già nato, a un amico oppure a qualcuno che ha in qualche modo ispirato il personaggio di una storia.
Per un autore esordiente o alle prime pubblicazioni la dedica può assumere anche un valore simbolico o scaramantico. In questi casi è meglio optare per un testo semplice e corto, privo di ambiguità, tenendo a mente che gratitudine e umiltà sono fondamentali in occasioni del genere.
Se il contenuto della dedica è dunque abbastanza libero, ci sono alcune regole da seguire legate alla sua forma. L’eventuale testo va scritto nella pagina dell’occhiello generale, nello stesso carattere e corpo del testo, in corsivo, allineato a destra e separato dal titolo da uno spazio di almeno 4 o 5 righe.
Oltre alla dedica in molte opere si usa inserire un’epigrafe, cioè una citazione usata come introduzione. In genere si tratta di una menzione di un autore famoso, intesa come premessa oppure come semplice omaggio. Sono molti gli scrittori che amano citare una parte di libro, qualche verso di una canzone o di una poesia, oppure ancora il brano di un testo storico o religioso.
Le epigrafi vanno scritte in corpo minore rispetto al testo, in tondo se in italiano e in corsivo se in lingua straniera (con l’eventuale traduzione in nota), a blocchetto allineato a destra. Se il testo è in prosa la giustezza del blocchetto sarà inferiore, ma proporzionata, a quella della gabbia della pagina (per esempio un po’ più della metà di quest’ultima), mentre se è in poesia la giustezza della gabbia va fatta coincidere, se possibile, con quella del verso più lungo.
Il nome dell’autore e il titolo dell’opera da cui è tratta la citazione vanno messi a capo, subito dopo l’epigrafe. L’autore va in maiuscoletto e il titolo in corsivo.

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