blog di Alberto Grandi
Cose da scrittori

Tic caratteriali e tic della scrittura3 min read

23 Ottobre 2017 2 min read

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Tic caratteriali e tic della scrittura3 min read

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Ho già chiacchierato ampiamente dei cliché e di quel che ne penso, in un precedente post. Per farla breve, trovo che siano una materia amorfa ma malleabile da cui un buon autore può trarre qualcosa di buono, se riesce a reinterpretarla come si conviene. E di che parlo oggi, che avrò mai ancora da dire sul tema? Già l’ho sviscerato, e non è che ci fosse poi tanto da dirne pure prima.
È che c’è uno specifico tipo di cliché. Il nostro tipo di cliché. Quella manciata di situazioni e personaggi stereotipati di cui sembriamo incapaci di fare a meno, da cui proprio non riusciamo a mondare i nostri scritti. Come dei tic, insomma. Tipo mangiarsi le unghie o strizzare gli occhi. Che a pensarci bene non devono essere necessariamente cliché, possono essere anche archetipi o mere abitudini letterarie. Piccoli pezzi di trama che conosciamo bene, cui ci siamo affezionati, che facciamo fatica a lasciarci alle spalle.

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Immagine tratta da Wikihow

Ognuno ha i suoi. Io, personalmente, ne sono piena. Per dire, non riesco a scrivere trame ambientata in estate. Non mi piace l’estate, aborro il caldo e il sudore, e per qualche strano motivo questo si traduce in una spropositata difficoltà nello scrivere storie nell’afa. Sembra una cavolata, eh? E lo è. Meno ridicolo, il viaggio. Buona parte delle mie trame comprende un viaggio da qualche parte, con una meta più o meno precisa.
E le dicotomie, le coppie strane di individui così diversi da completarsi. Non necessariamente – anzi, quasi mai – coppie in senso romantico. Coppie di fratelli, di amici, parentame di vario livello. Il modo migliore di conoscere una persona è attraverso gli occhi di chi lo conosce bene, e per i personaggi vale altrettanto. Ho anche l’impressione che più i personaggi sono diversi, meglio le caratteristiche vengano fuori.
Un’altra cosa che mi risulta difficilissimo evitare quando scrivo un racconto è scivolare in una sorta di realismo magico dal sapore sudamericano o nipponico. Cioè, l’universo finzionale in cui ambiento la storia è pieno di creature bizzarre, soluzioni impossibili, magie sotterranee che lo regolano. Solo che ai protagonisti non interessa, alla trama stessa non potrebbe importare meno. Non è una magia utile. È solo una possibilità. Non c’è uno stregone che intrappola la sorella della protagonista e mette in moto una serie di eventi; magari c’è soltanto un bigliettaio della stazione pixie, e basta così. Non c’è bisogno di dire altro, sennò sarebbe razzismo verso i pixie.
Mi arrovello spesso sul mio attaccamento ai cliché e alle abitudini sopraelencate. Mi chiedo se non si tratti di segni di immaturità stilistica, se una continua ripetizione non rischi di trasformarsi in noia. C’è qualcosa che non riesco a lasciare andare, questo cosa dice di me come autrice?
Può voler dire che devo ancora crescere, evolvere, comprendermi. Oppure, più ottimisticamente, può voler dire che so cosa mi piace leggere e che voglio riprodurlo da scrittrice.
Nei nostri testi ci sono un sacco di segnali pronti a dirci chi siamo come autori, e a che punto siamo del nostro percorso. È saperli interpretare che è un lavoraccio – e noi quanto a oggettività siamo pessimi giudici.

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