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Perché le saghe hanno più successo dei romanzo conclusivi?4 min read

28 Settembre 2017 3 min read

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Perché le saghe hanno più successo dei romanzo conclusivi?4 min read

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Ci sono delle volte che vorrei davvero avere una formazione da scienziato sociale; saprei dove trovare i mille dati che mi servono per comporre degnamente le mie tesi, fare i collegamenti giusti tra le informazioni, avrei accesso a database di cui ignoro l’esistenza. Questo per dire che mi capita sovente di avere un’improvvisa epifania, che mi giunga tra le meningi un’ipotesi che vorrei esplorare. Una domanda a cui non sono in grado di trovare risposta, ecco.
E in questi casi non mi è dato che di accettare i miei limiti di comune Persona Curiosa, anziché di Compilatrice Professionale di Ricerche Approfondite. Non trattenete il fiato, dunque, che qui non sto a fare la storia della critica letteraria.
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Pensavo, negli ultimi tempi, a come le saghe si siano guadagnate un posto di pregio sugli scaffali e nei cuori dei lettori. Avevamo già da tempo esempi celebri di saghe familiari di innegabile successo commerciale; ci sono le famiglie Ballantyne e Courteney al centro della produzione letteraria di Wilbur Smith, e la serie di Ayla – Figlia della Terra di Jean Auel. Figuriamoci se parliamo della letteratura di genere, finiremmo per non uscirne più, tra le Cronache dei Vampiri di Anne Rice o il Ciclo di Tschai di Jack Vance. Andando ancora più indietro scorgiamo in lontananza Louisa May Alcott coi quattro volumi dedicati ai personaggi di Piccole Donne, e tacciamo sulla produzione di Honoré de Balzac, coi suoi personaggi che balzellano da un volume all’altro della sua Commedia Umana.
Tutto questo per dire che la serialità è ben lungi dall’essere una novità, anche perché nei secoli scorsi le opere letterarie erano pubblicate prima a puntate sulle riviste – esempio illustre il legame tra le avventure di Sherlock Holmes e lo Strand Magazine.
E tuttavia, trovo personalmente che il rapporto tra il pubblico e le saghe si sia fatto ben più stretto, negli ultimi anni. Un rapporto già sdoganato da tempo per quanto riguarda la letteratura di genere o per ragazzi, difatti parlare di “serie” e “saghe” fa subito pensare a maghi e robot di Asimoviana memoria, o a eccentrici detective punti dal tarlo del genio.
Eppure, dicevo, siamo andati oltre. E lo pensavo pochi giorni fa, mentre terminavo con somma malinconia la serie della famiglia Cazalet nata dalla penna di Elizabeth Jane Howard.
Dicevo all’inizio che non sono una scienziata sociale, e che dunque sono priva di quei meravigliosi strumenti che mi permetterebbero di compilare una ricerca degna di questo nome. E tuttavia, ho dalla mia un’arma meravigliosa denominata “Internet”. Passo a illustrarvene gli incredibili poteri.
Basta un’occhiata alla classifica dei libri più venduti sul sito IBS per accorgersi della presenza di più saghe; accanto al premio Strega Paolo Cognetti e al fisico Carlo Rovelli, ci sono la già citata Elizabeth Jane Howard, il famoso Ken Follett, la coppia Macchiavelli-Guccini, l’amico George R. R. Martin, Antonio Manzini, Dan Brown e l’ultimo volume dell’urban-fantasy per ragazzi Shadow Hunters di Cassandra Clare.
Tra i primi venti libri più venduti su IBS, ben sette sono parte di serie.
Prendiamo anche la classifica stilata da Panorama.
Incontriamo il quinto volume della saga Millennium, iniziata da Stieg Larsson e proseguita da David Lagercrantz, ancora Guccini-Macchiavelli e Antonio Manzini e Ken Follett. Dunque un buon 4/10 di serie. Non male, trovo. Ripensiamo a un caso editoriale che mi ha molto stupito non trovare in classifica, nonostante il primo volume sia uscito nel lontano 2011, L’amica geniale di Elena Ferrante.
E ripensiamo, uscendo dal media cartaceo, al modo in cui le serie tv stanno rubando al cinema il posto d’onore sui nostri schermi, alla cura con cui vengono scritte e prodotte, al fatto che sostengano per prime giganti dei media on demand come Netflix e Amazon Prime Video.
Io ho sempre preferito la serialità alla conclusione; quando mi affeziono ai personaggi, e spesso finisco per affezionarmi parecchio, sono contenta di poter passare con loro più tempo possibile, che sia con la Tiffany di Terry Pratchett o col Lincoln Rhyme di Jeffery Deaver.
Non so dire, ovviamente, se le ragioni dietro questa esplosione della serialità dipenda dagli stessi fattori affettivo-emotivi che muovono le mie preferenze; se la serialità televisiva abbia qualcosa a che fare con lo sboccio della serialità letteraria, o se si sia trattato di un insieme di circostanze che hanno prodotto un pubblico con una forte propensione alla continuità.
Mi verrebbe da ipotizzare che il lato ludico-interattivo della serialità – chi segue una serie può discuterne a lungo con uno stesso gruppo di appassionati, e questo può contribuire a creare legami che vanno a rinforzare l’attaccamento alla serie stessa – possa avere una parte tutt’altro che secondaria nella questione.
Ma, dicevo, non sono che una Persona Curiosa, e le mie tesi valgono una mezza bustina di zucchero.
Da profana, non posso che constatare che l’hype provato per Twin Peaks e per – al momento – Rick e Morty sopravanza ogni altro hype provato nel corso dell’ultimo anno. Dovrà pur voler dire qualcosa, no?

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