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Che ne sarà del fantasy dopo Game of Thrones?4 min read

22 Settembre 2017 4 min read

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Che ne sarà del fantasy dopo Game of Thrones?4 min read

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Game of Thrones è ovunque; Game of Thrones è una presenza fissa sulla rete, in tv, nella vita reale. In forma di onnipresente merchandising, nelle chiacchiere con gli amici, al telefono col parentado che ti aggiorna sulle reazioni all’ultima puntata. Game of Thrones è ambiente, è come respirare. Non te ne accorgi neanche, ma è sempre lì.
È un fenomeno di costume, un fenomeno editoriale e, a mio avviso, un punto di svolta nella concezione della letteratura fantasy da parte del grande pubblico.
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So che molti non saranno d’accordo; George R. R. Martin non sarà un geniale innovatore, non è certo stato lui a inventare i personaggi contrastati e le macchie grigie nelle coscienze dei protagonisti; la serie di Game of Thrones ha iniziato a uscire quasi contemporaneamente a La prima legge di Joe Abercrombie, e c’è poi così tanta differenza tra i due autori, tra i loro modi di rappresentare la lordura della guerra e la disperazione dell’umana stirpe?
Non molta, in teoria. Possiamo discutere sulle nostre preferenze, perdere tempo su chi scriva meglio o costruisca personaggi più interessanti. Intanto sono i meme di Game of Thrones a intasarci la home di Facebook, mentre i romanzi di Abercrombie, per quanto piuttosto apprezzati nell’ambiente, rimangono relegati al contesto librario.
È un’introduzione, la mia, volta a spiegare che, per quanto i meriti letterari possano non essere dei più alti, Game of Thrones è riuscito a cambiare le cose, che Martin se l’aspettasse o meno. Credo che non se l’aspettasse nessuno, in realtà.
Inutile specificare che un fenomeno di tale portata abbia delle ripercussioni sul contesto culturale-letterario di cui fa parte, sia per quanto riguarda l’industria che dal punto di vista di pubblico.
L’industria editoriale ha sfruttato l’attenzione per il genere, e la legittimazione culturale di cui ha potuto godere grazie al successo della serie; gli scaffali delle librerie si sono nuovamente rimpolpati di fantasy, alcuni dei quali colmi di ammiccamenti a Game of Thrones già nel titolo; l’editoria di genere indipendente ha goduto di un’alta soglia di attenzione, e chi ha saputo sfruttarla (Acheron Books, Gainsworth Publishing, Dunwich Edizioni per fare un paio di nomi) può vantare oggi un catalogo florido e una consistente base di lettori.
Episode 6 scene 20
Rimane tuttavia difficile descrivere e prevedere i comportamenti del pubblico. I gusti fluttuano, mutano, si stabilizzano e poi si rivoluzionano così repentinamente che l’industria culturale rischia di trovarsi impreparata, incapace di riprendersi nell’immediato.
Molti di coloro che hanno apprezzato Game of Thrones hanno deciso di aprirsi al resto della produzione fantasy, in cerca delle stesse sensazioni derivate dalla serie di Martin o per imparare a conoscere un genere prima sconosciuto.
D’altronde è certo che una larga fetta di pubblico che ha preso a guardare di buon occhio anche il resto della produzione fantasy tornerà sui propri passi, giudicando la serie di Martin come un fenomeno unico e inimitabile all’interno del genere, cui volterà prontamente le spalle.
L’industria stessa, forse più abituata al rapido abbandono del pubblico i cui gusti mutano tanto rapidamente, potrebbe cercare ancora di cavalcare un’onda priva di spinta, oppure abbandonare i progetti che traevano la loro forza proprio dal successo di Game of Thrones.
È impossibile, per adesso, dire quali saranno esattamente le ripercussioni della serie sul mercato del fantasy, sia in Italia che all’Estero, sia per l’editoria che per le produzioni audio-visive.
L’unico cambiamento di cui possiamo essere certi è quello apportato all’idea che il pubblico di massa si è fatto del fantasy come genere.
Game of Thrones ci ha abituati a un fantasy più complesso e variegato, a una caratterizzazione contorta, all’incoerenza dei personaggi nella misura in cui sono rappresentazioni di esseri umani. Non tanto a tifare per il cattivo, quanto a capire il cattivo, o quantomeno le sue azioni. E molti di coloro che hanno apprezzato Game of Thrones hanno deciso di aprirsi al resto della produzione fantasy, in cerca delle stesse sensazioni derivate dalla serie di Martin o per imparare a conoscere un genere prima sconosciuto.
È innegabile che Martin ci abbia mostrato un’ambientazione fantasy in cui i cambiamenti sono opera più dei desideri degli uomini e del caso che della magia. Le vite dei suoi personaggi sono costantemente in pericolo, le loro coscienze in perenne conflitto, in un miscuglio di Medioevo e realismo, con un briciolo – almeno all’inizio – di draghi.
Sono gli aspetti che hanno attirato la quasi unanime attenzione degli appassionati di fantasy e che, incredibilmente, hanno richiamato un pubblico larghissimo e variegato, comprendente pure chi del fantasy non voleva neanche sentirne parlare. Game of Thrones lo guardano pure mia madre e mia zia, che dormono durante Il signore degli Anelli – neanche i libri, i film – e non colgono nemmanco la differenza tra elfi e nani. Game of Thrones è di tutti; un prodotto nato come perfetta nicchia è diventato l’emblema del mainstream.
Per il grande pubblico il fantasy non è più fatto soltanto di elfi, folletti e prescelti dal destino. Le guerre in Game of Thrones vedono uomini contro uomini, e non astrazioni archetipiche di Bene e Male che combattono tra loro per il predominio sull’anima degli uomini.
Game of Thrones è un fenomeno passeggero, e su questo siamo tutti d’accordo. Ma il fatto che qualcosa finisca non nega l’influenza che ha avuto sul contesto culturale. E personalmente trovo che, nonostante sia ben lungi dal diventare una serie cult, Game of Thrones abbia cambiato il modo in cui il mondo pensa al fantasy.

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