La foresta capovolta, il primo romanzo di J. D. Salinger mai uscito in Italia

Alberto Grandi

Questa è una recensione impossibile pocihé su un libro che non è in vendita, in Italia, non lo è mai stato e mai lo sarà
Il suo autore, quando era in vita, non aveva voluto che quest’opera venisse ristampata, e dunque è stata – ed è – bandita anche dalle librerie americane.
Parliamo de La foresta capovolta (The Inverted Forest) il primo romanzo breve di JD Salinger, pubblicato su Cosmopolitan nel 1947 quando l’autore aveva 28 anni, e ripubblicato dalla stessa testata, che ne possedeva i diritti, nel 1961 nonostante la richiesta di Salinger di non farlo. Oggi l’opera, è naturalmente illegalmente disponibile su internet (e non solo in inglese, qualcuno –  non io, purtroppo, visto l’ottimo lavoro – si è preso la briga di tradurla in italiano).

JD_Salinger

Quando la novella venne pubblicata per la prima volta non riscosse grande successo. Anzi, il giornale ricevette lettere di lettori piccati di aver trovato in allegato un simile scritto. Non era ciò che si aspettavano da Cosmopolitan.
In effetti, pur scritta in una prosa quasi matura, vicina a quella che caratterizzerà il Salinger de Il giovane Holden e dei Nove racconti, quindi scorrevole e accessibile, la storia non è di evasione.
Vi si trovano tematiche ricorrenti nei futuri lavori dell’autore, in particolare quella del genio e della sua difficoltà a inserirsi nella società.

Salinger è un autore di personaggi, più che di storie, e di voci attraverso cui quegli stessi personaggi vivono e arrivano al cuore del lettore. Nella sua pur non vastissima produzione, l’autore ha dato vita a un numero impressionante di caratteri. Holden, la sorellina Phoebe, poi la prolifica famiglia Glass: padre, madre e ben sette figli! E intorno a questi consanguinei, una folla di  attori di secondo piano, ugualmente ben rappresentati come il bullo Ward Stradlater o il complessato Robert Ackley ne Il giovane Holden, o Lane, il fidanzato conformista in Franny, o ancora la damigella grassa in Alzate l’architrave carpentieri.

catcherintherye 18642057 240524e6ea223fc5a786b724151434f414f4141

Pur in questa numerosa famiglia letteraria, ci sono due tipologie di personaggi precise e ricorrenti che troviamo anche in questo libro e che segnano la modalità narrativa dell’autore: il genio (l’eroe) e chi lo racconta (il cantore).
Il genio è quasi sempre morto e quindi non può raccontarsi, può solo essere testimoniato.
Nel caso di Seymour, il figlio più dotato dei Glass, gli unici scritti in cui Salinger lo fa “vivere di vita propria” sono il racconto breve in terza persona in cui egli muore suicida, Un giorno ideale per i pesci bananae la novella in forma epistolare in cui un Seymour di appena sette anni scrive ai genitori da un campeggio estivo, Hapworth 16, 1924. Quest’ultima è l’opera meno riuscita di Salinger. Più critici hanno puntualizzato come il modo di esprimersi sfoggiato nella lettera non fosse verosimile di un bambino di soli sette anni, foss’anche un genio come Seymour, e risultasse pretenzioso. E secondo me, quest’opera e il suo insuccesso, sono la prova che Salinger fallisce sulla pagina la sua più alta ambizione: dare voce a un genio (non al proprio genio di scrittore, ma a quello di un personaggio, del suo alter ego). Salinger non s’incarna nel genio con la penna, ma nell’uomo comune, per quanto confuso (Holden Caufield). Salinger può solo amare il genio, descrivendolo attraverso altri personaggi, altre voci cui compete il ruolo appunto di cantore dell’eroe.

Seymour, difatti, in tutte le altre opere è descritto, per lo più dal fratello Buddy, meno geniale ma sopravvissuto alla propria sensibilità e dunque in grado fisicamente di prender la penna e delineare la figura del compianto fratello maggiore.
Lo stesso meccanismo narrativo, lo abbiamo ne Il giovane Holden. Holden racconta il fratello Allie così come Buddy racconta Seymour. Qualcuno potrà obiettare che Allie non è descritto come un genio ne Il giovane Holden. Vero. Ma è comunque una persona a suo modo speciale. Allie, per Holden rappresenta la purezza, quell’infanzia che lui sente di stare perdendo mentre precipita nel caos dell’adolescenza. Allie si è mantenuto puro perché morto di malattia da bambino prima di “sporcarsi” con l’età adulta; Seymour non si è mai sporcato, in quanto poeta, e per questo è morto suicida. In entrambi i casi, abbiamo due eroi puri, se vogliamo, visto il fanatismo religioso di Salinger, santi ai cui apostoli, Holden da una parte e Seymour dall’altra, non rimane che il gravoso compito raccontarli.

E, ripeto, il meccanismo funziona. Il racconto dell‘innocenza perduta è la base della poetica struggente di Salinger. Nel monologo di Holden è espresso perfettamente il dolore per l’infanzia che non torna più rappresentata dalla morte del fratello Allie, così come nelle opere della famiglia Glass, lo è l’affetto e il senso di smarrimento dei fratelli per il maggiore Seymour, suicida. È quando Salinger pretende di abbandonare il ruolo di discepolo per incarnarsi in quello di santo che il meccanismo s’inceppa, vedi, appunto, Hapworth 16, 1924.

Molti fan dello scrittore hanno preso come un tradimento l’abbandono di problematiche esistenziali comuni come la difficoltà di crescere e di relazionarsi con gli altri – le problematiche inscenate ne Il giovane Holden – per altre di tipo misticheggiante. Salinger, secondo costoro, ha smesso di essere un autore credibile, quando ha deciso di non dare più voce ai giovani confusi di New York per prestarla a bambini prodigio che già a sette anni pretendevano di aver letto Proust (!). L’opera di Salinger è passata da esistenzialista – Holden che si racconta – a biografica – Buddy che racconta Seymour, e fin qui niente di male. Il passaggio ha implicato una maturità e un approccio più ragionato alla scrittura, a  scapito della poesia e della ribellione, ma ciò è nell’ordine delle cose e anche di una produzione artistica. Il passo falso è stato trasformare la propria opera in vangelo con Hapworth 16, 1924: Cristo che parla direttamente ai suoi fedeli. È qui che l’autore ha fallito.

Hapworth 16, 1924, l’ultima opera di Salinger pubblicata nel 1965 per il New Yorker, ha però il merito di concludere (anche se per molti non nel migliore dei modi) un discorso che l’autore aveva cominciato in quel lontano 1947 su Cosmopolitan.
La foresta capovolta, appunto. Ecco in sintesi la trama.
Raymond Ford è un poeta assurto al successo con una sola raccolta di poesie, Il vile mattino. Il suo genio è assoluto, puro. La sua poesia è in grado di creare dipendenza in chiunque l’avvicini, come Corinne von Nordhoffen. Corinne è una ragazza colta e bella di New York, e molto sensibile. Ha viaggiato a lungo in Europa dove ha incontrato un ragazzo di cui si è innamorata. Il ragazzo è morto in un incidente stradale. Di ritorno a New York, Corinne, grazie all’interessamento di Robert Waner, suo vecchio amico, innamorato di lei senza essere corrisposto, comincia a lavorare per un giornale. Il suo lavoro la porta a conoscere Raymond Ford e allora Corinne ricorda che lei e Raymond si erano conosciuti da bambini.
Già allora Ford aveva fatto colpo su Corinne che adesso si adopera per rimettersi in contatto con lui. I due si incontrano inizialmente in un ristorante cinese. Ford si mostra a tratti distaccato, a tratti impacciato, ma alla fine cede alle attenzioni di Corinne e accetta di sposarla. Può il matrimonio di una donna colta e sensibile con un genio che vive “sotto la pressione schiacciante della bellezza” funzionare?

Cominciamo col considerare la modalità narrativa dell’opera. Come dicevo prima, Salinger è un autore di voci. Anche qui c’è una voce che narra i fatti. Come nel Giovane Holden la vicenda era narrata da Holden stesso e messa per iscritto per la felicità di noi lettori, da suo fratello Vincent, di professione scrittore, nella Foresta, la vicenda è narrata da Waner, l’amico di Corinne. Waner ce lo chiarisce discretamente e in poche parole per poi tornare alla terza persona, ma è una precisazione importante, come lo è, in Hapworth 16, 1924, quella di Buddy Glass, quando informa il lettore che quanto segue è una lettera di suo fratello morto suicida e che “mia madre, Bessie Glass, me l’ha spedita per raccomandata“. Precisare perché e da chi i fatti vengono narrati è un modo per dare ai fatti stessi più valenza, veridicità.

Passiamo ai personaggi: l’opera, dopo lo straordinario successo de Il giovane Holden, è stata ripresa e analizzata. In molti hanno visto Ford come il capostipite della figura di santo poeta che avrebbe caratterizzato la produzione di Salinger, fraintendendo un aspetto dell’opera. La foresta capovolta non è una presa di posizione di Salinger in difesa del genio, delle sue inevitabili mancanze verso la società e chi lo ama, condizione che deve scontare per raccontare la verità al mondo. O almeno non solo. Perché, secondo me, l’oggetto dell’indagine umana di Salinger, non è Ford quanto Corinne. Ford rimane una figura bidimensionale, un genio con i suoi tic che lo caratterizzano, compiuto nella sua genialità. Il personaggio messo in gioco, qui, è Corinne. Corinne sensibile, piena di talento e di discrezione, una ragazza della buona borghesia di New York che viene scossa prima dalla poesia di Ford poi dal ricordo che aveva di lui da bambino. C’è anche qui, dunque, il tema dell’infanzia e del disperato recupero delle sue sensazioni, della sua innocenza, attraverso l’amore impossibile, l’errore dell’idealizzazione del passato. La foresta capovolta è più un romanzo su una ragazza che subisce le conseguenze di un amore impossibile, sul suo diventare adulta a scapito dei sogni dell’infanzia che sulla vita impossibile di un poeta genio. E qui c’è il Salinger migliore, quello degli inizi, schierato dalla parte di tutti noi che viviamo e leggiamo e non da quella dei geni che non possono che suicidarsi.

È il Salinger dei primi racconti che va recuperato – e in parte è già stato fatto con la raccolta I giovani pubblicata da IlSaggiatore – e apprezzato. Riscoperto. Non quello dei fantomatici cinque libri postumi che attendiamo da anni e che mai, probabilmente, vedremo pubblicato.

Lascia un commento