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Time Deal, la nuova distopia di Leonardo Patrignani – intervista7 min read

22 Maggio 2017 6 min read

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Time Deal, la nuova distopia di Leonardo Patrignani – intervista7 min read

Reading Time: 6 minutes

articolo per Wired.it
Leonardo Patrignani
, autore young adult le cui storie sono lette in tutto il mondo, ha un rapporto particolare col tempo. Lo ha moltiplicato in infiniti universi nella trilogia Multiversum (Mondadori) e lo ha esteso in un dialogo tra la vita e la morte nel thriller paranormale There (Mondadori). Nell’ultimo romanzo distopico, in uscita a giugno per DeAgostini, lo tratta da un punto di vista  scientifico, diciamo pure “medico” visto che tutto parte da un farmaco che è anche il titolo dell’opera: Time Deal .
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Le premesse della trama, senza spoiler: quello tra Julian e Aileen è colpo di fulmine. “Sempre” è la parola che in Julian si è impressa indelebilmente nel momento in cui ha deciso che avrebbe passato la vita insieme ad Aileen. Ma è una parola che deve fare i conti con il fatto che Aileen è stata sottoposta alla terapia, per volere dei famigliari (noti avvocati e sostenitori della casa farmaceutica che ha scoperto e diffuso il Time Deal). La ragazza è dunque destinata a non invecchiare più, a restare adolescente per sempre. Qualcosa però va storto. Aileen, come altri cittadini di Aurora, inizia ad accusare disturbi e distorsioni della memoria, finché un giorno scompare. La ricerca disperata di Julian è appena cominciata. La vicenda si svolge in una isola-metropoli che è metafora dei nostri tempi: Aurora, gravata da un cielo plumbeo, contaminato dagli agenti inquinanti ma anche da una differenza di classe che sembra trovare il proprio solco nel privilegio di chi può vivere più a lungo e chi, invece, deve rassegnarsi all’aspettativa di vita del suo tempo.
TIME DEAL cover + blurb
Partiamo dalla città di Aurora: quanto la realtà descritta nel romanzo è simile a quella che viviamo?
Ho immaginato una situazione che solo temporalmente è ambientata nel futuro (un centinaio di anni da oggi). In termini di progresso ci troviamo in un posto che possiamo immaginare come una metropoli moderna del 2030. Per fare questo, ho studiato e delineato una backstory socio-politica dell’isola di Aurora (dove sorge la città-Stato omonima) che giustifichi tali condizioni. Volevo che il lettore si sentisse in qualche modo a casa, in una grande città con le sue divisioni di quartiere, i suoi pregiudizi, le sue correnti di pensiero. Niente di troppo distante dalla nostra visione della civiltà.
La città di Aurora è una metafora di due modi diversi di guardare alla vita e alla morte: chi persegue il sogno di una vita eterna e chi invece accetta la realtà delle cose. Tu da che parte stai?
Sto con lo schema di valori e insegnamenti del protagonista maschile, Julian Darrel. Un ragazzo cresciuto nei quartieri più poveri della città, che non ha alcuna intenzione di manipolare la propria natura o di giocare col destino. Julian è un adolescente diventato uomo troppo presto, da quando, dopo la morte dei genitori, è diventato tutore della sorella minore, Sara. La ragazza che ama, Aileen Sheridan, è invece figlia di una coppia di avvocati che rappresentano la casa farmaceutica del Time Deal, il farmaco che ha sovvertito l’ordine naturale delle cose. Lei stessa è stata costretta a sottoporsi alla terapia e accettare di restare, almeno nell’aspetto, adolescente per sempre. Finché le cose si complicano, perché in città iniziano a manifestarsi pericolosi effetti collaterali.
Possiamo dire che nel tuo romanzo ci sono tre valori: vita, morte, amore e che l’amore è quello che trionfa?
L’amore inteso come sentimento puro e sincero per un partner, ma anche come lealtà verso un amico, o protezione nei confronti di una sorella minore. Sì, sono questi i valori in campo in Time Deal. Queste le forze che motivano ogni scelta dei personaggi. Vita e morte, dal canto loro, si intrecciano per creare dilemmi psicologici e conflitti morali con i quali i nostri si dovranno confrontare. Balla tutto su questo sottile confine.
Sei un autore YA, quindi il tuo pubblico è prevalentemente giovane. La malattia e la morte, oggi, sono visti diversamente dalle nuove generazioni rispetto a ieri? Riscaldamento globale, rete eccetera ne hanno modificato la percezione?
Per risponderti dovrei pensare all’adolescente che ero negli anni ’90, e ai miei amici del tempo. E fare un confronto con un campione di miei lettori di oggi. Trovo che nel 2017 i ragazzi siano potenzialmente molto più informati e consapevoli del mondo in cui vivono. Hanno accesso, sin dall’infanzia, a una gamma di informazioni a cui noi, forse, non pensavamo neanche. Sicuramente hanno una percezione della vastità della rete in cui sono intrecciate le vite digitali degli abitanti di questo pianeta assai diversa dalla nostra alla loro età (noi eravamo “analogici”, se mi si passa la metafora da studio di registrazione). Allo stesso tempo però anche i ragazzi di oggi si trovano, così come noi ai tempi, in quella fase della vita in cui si brucia “tutto e subito”, in cui spesso un dettaglio insignificante (agli occhi degli altri) del proprio percorso può essere vissuto come la fine del mondo, e questo era così per noi e sarà così sempre, per via della natura speciale di quella fase di transizione della vita. Per questo credo che la malattia e la morte siano viste in maniera simile, in quanto esperienze che dipendono dal proprio Io interiore, dagli eventi della sfera personale. Si ha paura di vedere star male un proprio caro, credo, molto di più di quanto non si tema il global warming.
Secondo te è giusto che la medicina possa guarirci da ogni cosa, compresa la morte?
Credo che sia giusto che la scienza vada avanti, che abbia la libertà di scoprire, di sperimentare. La questione, per forza di cose, scivola sempre nell’etico. Quanto è giusto manipolare? Qual è il confine? Secondo chi crede, l’uomo non dovrebbe sostituirsi a Dio, e questo ha ispirato innumerevoli film e romanzi che personalmente adoro. Avevo da tempo in mente di scrivere una storia di questo tipo, di stimolare nel lettore questo genere di riflessione. Personalmente, sarebbe difficile rispondere che no, non è giusto che l’uomo scopra il modo di restare giovane in eterno. Ma anche qui il pubblico si divide. Se un adulto non vede l’ora che venga diffusa una terapia simile, che cosa risponde invece un ragazzo? Che cosa risponde un bambino, che non vede l’ora di crescere?
Che ricerche hai fatto per arrivare a immaginare un farmaco come il Time Deal?
Va detto che il Time Deal non è un farmaco di natura “biologica”. Si tratta di un composto (somministrato tramite singola iniezione) di nanotecnologie ingegnerizzate. Vale a dire un esercito di minuscoli dottori istruiti a dovere e capaci di percorrere i nostri vasi sanguigni per operare direttamente nelle sedi opportune, in modo da intervenire a livello cellulare e combattere la senescenza, riparare danni genetici, monitorare lo stato di salute etc. Fotografare la situazione e preservarla nel tempo, insomma. Per “crearlo” ho letto saggi sulle nanotecnologie, assistito a conferenze, interrogato medici del settore. E mentre facevo queste ricerche, il Nobel per la chimica è stato assegnato agli studiosi delle macchine molecolari… una coincidenza quasi spaventosa, visto che negli stessi giorni avevo fatto fare una battuta a un mio personaggio proprio a proposito di quel premio e dello stesso terreno di studio.
Si può leggere, dietro alla tua storia, anche una critica alla sanità e a Big Pharma: sempre più un privilegio e sempre meno un diritto?
Ho voluto creare una sorta di “distopico farmacologico”, affidando a una casa farmaceutica (e alla stirpe dei Werner, che da sempre ne è a capo) il ruolo di antagonista. In realtà la scienza è per me sacra, intendiamoci su questo, e rifuggo da facili complottismi che oggi vanno tanto di moda, ma ai miei occhi sono solo specchio dell’ignoranza di chi non approfondisce e si limita a prendere posizione sul “sentito dire”. Ma mentre la scienza è sacra, sono gli uomini (alcuni di loro, i più dissennati) a valicare i confini morali, quando hanno nelle mani un grande potere. E chi è in grado di donarti una vita potenzialmente eterna rischia di essere visto come una specie di divinità. Specialmente ad Aurora, un’isola scampata a un conflitto nucleare di portata globale, dove l’aspettativa di vita è piuttosto bassa e le condizioni climatiche da sempre avverse. Non per niente, la sede di questa società (che sorge su un’isolotto di fronte alla costa est dell’isola) si chiama Santuario, e sarà una delle location principali del romanzo. Cura o indottrinamento, dunque? Scienza o fede?
Miracolo o condanna?

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