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Sulla fatica degli aspiranti autori fantasy ad ambientare storie in Italia3 min read

7 Maggio 2017 3 min read

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Sulla fatica degli aspiranti autori fantasy ad ambientare storie in Italia3 min read

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Il "Duomo fantastico" di Milano immaginato da Dino Buzzati
Il “Duomo fantastico” di Milano immaginato da Dino Buzzati

Il mio primo fantasy è stato Le cronache del mondo emerso di Licia Troisi; avevo quindici, forse sedici anni e uscivo da un intenso periodo di noir, thriller e letture genericamente sanguinose. Non che nelle Cronache ci fosse poco sangue, ne ricordo poco ma quel poco è punteggiato di massacri. Però è stato diverso, ecco. Un diverso che ho cercato – e che continuo a cercare – per molto tempo.
Come tutti gli appassionati di fantastico, ho provato anch’io a scribacchiare le mie storie, e ho un paio di sottocartelle salvate sul pc che testimoniano i miei antichi sforzi. C’è una cosa però che ultimamente mi ha colpita, dando un’occhiata ai vecchi racconti. L’ambientazione, o meglio, le ambientazioni.
Le due granitiche possibilità.
1) Ambientazione fantasy di ispirazione tolkeniana – per quanto ai tempi non avessi ancora letto Tolkien;
2) Paese anglosassone, preferibilmente in contesto puramente londinese.
C’è stato un tempo, e non è che siano passati poi molti anni, in cui chiacchierando online di narrativa fantastica si dava per scontato che l’Italia c’entrasse poco. Non tanto per una questione di autori, quanto per la mera ambientazione.
Un fantasy scritto da un italiano? Ok. Un fantasy ambientato in Italia? Mah.
Ed è anche un mea culpa quello che sto scrivendo. Perché i personaggi di cui scrivevo all’epoca si chiamavano Ivy e Rose, piuttosto che Carlotta o Carolina; vivevano a Londra o in una casa sperduta in mezzo alla brughiera, invece che ad Abbiategrasso. Non so perché all’epoca facessi così tanta fatica a immaginare che storie fantastiche potessero svolgersi anche in Brianza, sarà che ormai mi ero abituata a leggere di streghe e mostri soltanto in Inghilterra o in America. Ma non ero solo io, di questo sono piuttosto certa. E mi capita tuttora di notare quanti aspiranti scrittori facciano fatica ad ambientare le proprie storie in Italia.
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Ma per quanto la tendenza continui a essere quella di traslocare i propri personaggi in America o in Inghilterra, c’è anche da dire che da qualche tempo si scrivono e si pubblicano romanzi fantastici ambientati qui, in Italia.
Pensiamo alla dualogia Angelize di Aislinn; a God Breaker e a Quando il diavolo ti accarezza di Luca Tarenzi; alla trilogia horror-gotica di Chiara Palazzolo iniziata con Non mi uccidere; a Francesco Dimitri, al suo Pan e al suo La ragazza dei miei sogni, di cui è uscito recentemente un adattamento cinematografico.
Passando all’editoria indipendente, vediamo nel catalogo della Acheron Books un paio di titoli. Italian way of cooking di Marco Cardone, dedicato alle imprese horror-gastronomiche di un cuoco fiorentino, o Imago Mortis di Samuel Marolla, il cui protagonista si muove in piena Milano. C’è poi la Dunwich, col suo Ultima – stempunk di Carlo Vicenzi – e la sua Siena, e Vesuvio Breakout di Giorgio Riccardi.
O la Gainsworth, con la quale Luca Tarenzi ha pubblicato Di metallo e stelle, un romanzo in che fonde la corte di Ludovico Sforza, l’apprendista di Leonardo e l’alchimia; nonché Il trono dei serpenti di A. J. Flamel, ambientato nella Roma di Traiano.
Queste mie righe non vogliono dimostrare che ci sia stata una qualche rivoluzione editoriale che abbia permesso pubblicazioni un tempo assolutamente vietate; un buon libro prima o poi viene riconosciuto come tale.
Quello che voglio sottolineare è che un tempo si sentiva molto di più la pressione a traslocare in ambientazioni più “cool” i propri personaggi, mentre ora pare ben più accettabile – ancorché logico – lasciarli in Italia, un luogo di cui per forza di cose conosciamo storia e cultura senza doverci devastare di ricerche.
Senza contare il fatto che non abbiamo granché da invidiare ad altre culture, quando si tratta di andare a pescare leggende e miti cui ispirarci. Che il fauno, scusate tanto, è roba nostra.

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