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Bruciare tutto di Walter Siti e la necessità di raccontare il male2 min read

26 Aprile 2017 2 min read

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Bruciare tutto di Walter Siti e la necessità di raccontare il male2 min read

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Si continua a parlare del romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, della sua scottante tematica, la pedofilia, della letteratura che per vocazione esprime l’inesprimibile e affronta argomenti proibiti, e nel parlarne ci si chiede se lo scrittore abbia dei limiti.

Io credo di sì, che ne abbia, e sono quelli di evitare di esporre il lettore a un disgusto fine a se stesso. Siti ha fatto bene a parlare di pedofilia se gli premeva farlo, se aveva un demone dentro  (che non deve necessariamente coincidere con quello che tormenta il protagonista del suo romanzo) che sentiva di poter sconfiggere affrontandolo sulla pagina. Ma bisognerebbe capire se è appunto questo lo spirito con cui ha raccontato la storia di un prete pedofilo che rifiuta l’amore di un bambino spingendolo involontariamente al suicidio. Perché se invece il suo è un romanzo frutto di un’intenzione programmatica a scandalizzare o anche innescare un dibattito, allora poteva risparmiarselo e noi potremmo risparmiarci di discuterne.

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Quando si parla di male e letteratura non si può non parlare di etica ed estetica. Scrivere è un modo di trasfigurare il proprio lato oscuro, dargli una forma e un contenuto che siano accessibili al lettore e che contengano in sé il fascino dell’oscurità ma anche la denuncia della stessa.
In Shakespeare MacBeth è un personaggio affascinante e più egli si sporca le mani di sangue, più ai nostri occhi risulta grandioso e magnifico, ma allo stesso tempo siamo spinti a prenderne le distanze. Nei Fratelli Karamazov, sentiamo che il motore di tutta la vicenda è quel padre impossibile, volgare e dissoluto, da cui i suoi figli non riescono a distanziarsi e che finiscono con l’esserne delle sfaccettature, e che la vicenda non può che degenerare nel peggior modo possibile. Siamo quasi invogliati a cavalcare tanta malvagità attraverso le pagine, ma l’arte crea comunque una distanza: partorita dall’autore si distacca da esso e si pone davanti al lettore in piena autonomia, come opera riuscita. È decifrabile nei suoi intenti estetici ed etici senza ambiguità proprio perché riuscita.

Il romanzo rende bella la realtà, ma ne fa anche la parabola, senza intenti pedagogici perché la realtà finisce col raccontarsi e giudicarsi da sé. Se l’intenzione di Siti di scandalizzare il pubblico, anche a fin di bene, è dominante dietro il romanzo, allora la sua è solo una storia di miseria e squallore morale che non valeva la pena raccontare perché di quelle è già piena la cronaca di tutti i giorni. Se è invece questione intima che lui ha voluto esorcizzare mettendola per iscritto, allora siamo davanti alle migliori premesse alla base dello scrivere.

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