blog di Alberto Grandi
Cose da scrittori

I segreti di un titolo perfetto3 min read

19 Gennaio 2017 4 min read

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I segreti di un titolo perfetto3 min read

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Il titolo di un romanzo è importante perché ne può determinare la fortuna editoriale. E non si tratta solo di un’esca per avvincere il lettore. Alcuni titoli possono essere così pregnanti e densi di significato da condizionare in parte la lettura di un’opera in un modo piuttosto che in un altro.
Lo sapevate che Kundera voleva intitolare L’insostenibile leggerezza dell’essere, Il pianeta dell’inesperienza? E che Garcia Marquez aveva in mente di intitolare il suo capolavoro, Cent’anni di solitudine, La casa? Per non parlare de La solitudine dei numeri primi, titolo ideato dall’editor Franchini al posto dell’altro, avanzato da Giordano, Dentro e fuori l’acqua (in questo caso, il titolo è calzante, ma col senno di poi, cioè dopo aver letto il romanzo; come esca da libreria non ha lo stesso potere del primo).

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Altro caso: il capolavoro di Salinger ha, in lingua originale, un titolo intraducibile in italiano: The Catcher in the Rye, letteralmente “il prenditore nei campi di segale”, ove per “prenditore” s’intende ricevitore, il catcher del gioco del baseball. Ovviamente questo gioco di parole, è inafferrabile al lettore italiano. Dunque, il romanzo venne inizialmente pubblicato con una copertina impietosa che faceva pensare più a uno scapigliato dei navigli che a un giovane newyorchese di Manhattan, e il titolo Vita da uomo. Risultato: fu un flop.

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Si dovette aspettare una nuova traduzione, una nuova copertina (per essere precisi due nuove copertine, perché Salinger bocciò la prima di Einaudi del ragazzo col gelato) e, soprattutto, un titolo più immediato, Il giovane Holden, perché il romanzo diventasse anche da noi un testo generazionale.

Altra cosa, il titolo non deve solo affascinare il lettore, anche essere “onesto”. Valga ciò che disse Umberto Eco riguardo al suo romanzo d’esordio e di maggior successo: “Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era L’abbazia del delitto. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca e poteva illecitamente indurre sfortunati acquirenti, in caccia di storie tutte azione, a buttarsi su un libro che li avrebbe delusi”.

Dunque, quali sono le caratteristiche di un titolo azzeccato?
Un titolo può essere evocativo. Prefigurare, se non nei fatti, almeno nelle emozioni, ciò a cui andrà incontro il lettore. Viaggio al termine della notte dice già qualcosa dello scritto che abbiamo tra le mani. Ovviamente, in un titolo, le poche parole che lo compongono assumono un valore fortemente simbolico, in questo caso il viaggio è quello esistenziale del protagonista, la notte, la summa delle esperienze, per lo più drammatiche, che ne fanno un uomo del primo Novecento.
Ancora più evocativo se non iconografico, è un titolo come Le vergini delle rocce o anche il Trionfo della morte di D’Annunzio.
Altra cosa, il titolo deve essere riassuntivo. Cioè breve e informativo: I promessi sposi, ad esempio, o I viaggi di Gulliver. Ci sono poi titoli ancora più espliciti, che suonano come una dichiarazione d’intenti da parte dell’autore: I milanesi ammazzano solo il sabato o Il vangelo secondo Gesù Cristo, per non parlare di Quer pasticciaccio brutto de via Merluana.
La cosa migliore, per un titolo, è costituire un enigma, essere come una porta socchiusa al lettore, suggerendo l’idea che per entrare nella stanza e avere conferma di cosa ci sia oltre la soglia, dovrà aprirla del tutto.

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Possiamo poi parlare di strutturale, riguardo a un titolo che vuole rimandare il lettore più che a un’emozione, alla struttura dell’opera alla sua complessità, al suo enciclopedismo: Commedia (prima che Boccaccio la chiamasse “divina”), Decamerone e anche Ulisse.
Oggi, un titolo deve essere anche social, e non è un modo di dire. Se volete promuovere il vostro romanzo su Twitter e Facebook dovrete ideare un titolo che sia conciliabile con l’hashtag oppure accorciabile di modo da essere accompagnato dall’hashtag. Alla ricerca del tempo perduto non può permettersi il lusso di diventare semplicemente #allaricercadeltempoperduto in un tweet di 140 caratteri, ma forse, #tempoperduto (su come trasformare un titolo in un hashtag di successo, leggi qui).
Un titolo perfetto, che racchiude in due sole lettere, tutto quello che abbiamo detto, talmente potente che non è stato tradotto nemmeno dall’originale?
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