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Recensioni

Cicatrici di Juan José Saer – recensione3 min read

18 Gennaio 2017 3 min read

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Cicatrici di Juan José Saer – recensione3 min read

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Juan José Saer
, autore argentino, vissuto, come molti suoi colleghi conterranei a Parigi, dov’è morto nel 2005, è considerato uno dei più importanti romanzieri sudamericani della seconda metà del secolo scorso. Mi sono imbattuto in questo autore durante una breve vacanza a Venezia dove, dopo aver girovagato senza meta per la città lagunare, tra ponti, calli e nebbia (era novembre), io e mia moglie siamo approdati alla fantastica libreria Marco Polo in Campo Santa Margherita. Dico fantastica perché questa libreria ospita, in maggioranza, case editrici indipendenti e, di conseguenza, libri che non è detto che troviate nelle altre. Io, in una sola sera, ho comprato: Il paradiso degli animali (NNEditoe) raccolta di racconti firmata David James Poissanti, che a tutti raccomando e a breve recensirò; Martin il romanziere (L’orma) anche questa raccolta di racconti fantastici, firmata Marcel Aymée, grande autore francese; Cicatrici, il libro di cui vi voglio parlare, edito da La Nuova Frontiera.

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Questo romanzo riassume bene i motivi per cui ringrazio librerie come la Marco Polo di esistere (e resistere). Non ha niente del titolo che una grande catena piazzerebbe in vetrina. Si tratta di un romanzo particolare nella lingua, ostico nella messa a fuoco, difficilmente definibile nelle tematiche. Proprio perché difficile a proporre al lettore attraverso generi letterari o altri parametri specifici, gli è vicino. Ovvero parla di quotidianità. Del vissuto inafferrabile con cui tutti abbiamo a che fare, ogni giorno, dell’inevitabile scorrere del tempo, a volte lento a volte veloce, al quale, con la nostra routine, ci illudiamo di dare senso. Quando mi trovo tra le mani romanzi come questi che non possono essere ascritti a un genere che sia il noir, la fantascienza o il fantasy, che non riesci a identificare e allo stesso tempo trovi stranamente familiari, penso sempre a una frase di Louis Ferdinand Céline: “Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini“.

Cicatrici è formato da quattro personaggi. Quattro voci narranti che compongono le altrettante parti del romanzo. Ogni voce è un’intonazione, una forma e un contenuto. Ogni voce segna un destino. C’è sì un evento che fa incontrare i quattro personaggi del romanzo, ed è l’omicidio commesso da Luis Fiore, operaio. Ma questo omicidio non è altro che l’episodio comune, nel magma degli eventi, che lega i personaggi l’uno all’altro senza però connetterli, per il resto il lettore è sprofondato in ciascuna voce narrante, nella sua inevitabile solitudine, nel suo essere scisso dal prossimo. I quattro capitoli costituiscono quasi una full immersion nel destino di: Angel, giovane giornalista alle prese con una madre fin troppo disinibita e l’infatuazione per una donna che non lo ricambia; Sergio, avvocato dominato dal vizio del gioco; Ernesto, giudice misantropo impegnato in un'”inutile” traduzione di Oscar Wilde: e Luis Fiore, l’operaio autore dell’omicidio. Si tratta di un destino non biografico, non sintetizzato dal racconto di fatti ed eventi, ma colto nel flusso magmatico dell’esistenza. Non a caso l’autore è sempre stato nemico del realismo magico o di qualsiasi cosa “puzzasse” di folclore. Se mai, lo possiamo dire esistenzialista.
Il tema di questo romanzo  è proprio la scissione. Il fatto che per cogliere i personaggi nella loro autenticità, nel loro intimo più privato, bisogna coglierli da soli, immersi nel proprio vissuto. Un vissuto fatto di eventi accidentali, aspirazioni frustrate, amori non corrisposti. Paradossalmente il personaggio più realizzato pare essere Sergio che accetta quasi eroicamente la propria dipendenza dal gioco, una dipendenza che lo distrugge ma allo stesso tempo lo definisce.
Cicatrici racconta questo: la ricerca di una definizione del sé che non può che essere solitaria e lasciarsi dietro cicatrici che non si rimargineranno.

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