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Davvero abbiamo ancora paura dei robot?2 min read

23 Novembre 2016 2 min read

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Davvero abbiamo ancora paura dei robot?2 min read

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La ribellione dei robot è un tema ricorrente in fantascienza, che ricalca il mito greco di Prometeo. Ne Il cacciatore di androidi, di Philip K Dick, i droidi si ribellano agli uomini in quanto rifiutano il loro status di schiavi. Ma schiavo è un termine che racchiude in sé molteplici significati. La schiavitù è anche quella dell’uomo, dominato dal mistero della propria esistenza, e forse per questo i droidi di Blade Runner – il film ispirato dal Cacciatore di androidi – sono così simili a noi: sono dominati dal mistero, dall’angoscia circa la propria sorte inevitabile.
In Terminator il robot tenta di eliminare uno scienziato che minaccia il dominio delle macchine sull’uomo. Nei racconti di Asimov più che per una nuova autocoscienza raggiunta, i robot si ribellano per un malfunzionamento che in qualche modo li svincolano dalle tre leggi della robotica, garanti della loro sottomissione all’uomo.

In un film comico di cui Alberto Sordi è regista e interprete, Io e Caterina, un robot femminile di nome Caterina sviluppa una gelosia e un atteggiamento possessivo nei confronti del suo padrone umano, al punto da minacciarne la vita. In Matrix le macchine dominano il mondo e utilizzano gli uomini per nutrirsi. La ribellione è sempre il sintomo di una coscienza raggiunta in un qualche modo dalla macchina, un desiderio di libertà contrario al suo status di oggetto.

È ciò che avviene in Westworld, la serie tv ispirata a uno scritto di Crichton alla base di un film degli anni Settanta, Il mondo dei robot. Si tratta di una serie tv sontuosa sotto tutti i punti di vista: cast d’eccezione, scenografia impeccabile eccetera. Tranne quello emotivo, un po’ per lentezze congenite alla sceneggiatura, un po’ perché io mi chiedo: c’è ancora qualcuno che ha paura dei robot? Il mito dei robot che si ribellano è stato visitato in tutte le salse possibili. Ma al giorno d’oggi se vedete la robotica sembra chiaro che un clone artificiale dell’uomo è una possibilità tecnologica impensabile, non tanto nelle apparenze, quanto nella fluidità dei movimenti, nella complessità del comportamento, nelle variabili di un’interazione che somigli per davvero a quella di un essere vivente.

Per questo credo che Westworld sia una serie tv terribilmente anacronistica e così lontano dalla nostra realtà da rendere difficile l’immedesimazione con la vicenda. L’intelligenza artificiale è probabile che s’incanalerà nella nostra esistenza incorporata dai tanti oggetti che la assediano, e in un certo senso questo sta già avvenendo con l’Internet of Things. Frigoriferi, televisori, elettrodomestici, auto e quant’altro saranno abilitati a pensare, a interfacciarsi tra loro e con noi consumatori. Ma un droide, replica artificiale dell’umano sia nel fisico che nel corpo, mi sembra una suggestione ormai superata.
Ecco perché i droidi di Westworld non mi inquietano e nemmeno mi commuovono quando, nei loro momenti di crisi, sfuggono al controllo degli umani, umanizzandosi essi stessi.

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