blog di Alberto Grandi
Cose da scrittori

Come descrivere un luogo7 min read

19 Maggio 2016 6 min read

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Come descrivere un luogo7 min read

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Abbiamo detto che gli incipit di una storia sono fondamentalmente di tre tipi: descrittivo, narrativo e in medias res.
Se nessun lampo di genio ti attraversa il cervello, sappi che l’incipit descrittivo è forse il più abbordabile. Non sei preso nel turbine degli eventi (incipit in medias res) e nemmeno ti trovi aggrappato a una montagna senza sapere che avevi cominciato a scalarla (incipit narrativo). L’atto di descrivere ti pone davanti a un’immagine o a una situazione e tu hai tutto il tempo di tradurla sulla pagina.
Certo, la descrizione di un luogo deve essere connotativa, non solo informativa, altrimenti saremmo nell’ambito della cronaca e non della fiction.
Nel descrivere uno spazio fisico, un autore può adottare vari approcci.
Il gioco consiste nel trovare quello che calza meglio le sue doti di narratore ed è più pertinente all’opera che sta creando.
Vediamo alcune modalità di descrizione:
Descrizione per istantanee
È un modo veloce e sintetico di analizzare un luogo e, apparentemente, senza emozione, come se l’autore volesse annotare i particolari sul momento per poi vagliarli in un secondo tempo.
Prendiamo questo brano di L. A. Confidential di James Ellroy:
Una doccia, la barba, un cambio d’abito. Non sudava più. In quaranta minuti era già sulla scena del delitto. Una quantità fottuta di poliziotti sul prato di Sid. Gli uomini dell’obitorio con in mano dei sacchi di plastica: sangue, pezzi di cadavere.
“Jack parcheggiò sul prato. Un infermiere spinse fuori una barella su ruote: un grumo di lenzuola tutte insanguinate. Russ Millard sulla porta; due nuovi, Don Kleckner e Duane Fisk, nel vialetto. Gli uomini della volante tenevano a bada i curiosi; i giornalisti si accalcavano sul marciapiede. Jack si avvoconò a Millard. «Hudgens?» Un tono abbastanza disinvolto, da professionista.
L’autore descrive e pare quasi lo stia facendo con il taccuino in mano, buttando giù in modo rapido e freddo le sue impressioni. Dati meramente visivi. In realtà, questa prosa è unica e distintiva. Sono veramente pochi gli autori in grado di cogliere istantanee sulla pagina come Ellroy e tradurle con una scrittura così incalzante che suggerisce un senso di azione e mistero anche quando si limitano a osservare.
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Descrizione per rivelazione
Un approccio più emotivo allo spazio fisico di un luogo è quello di Joyce. In lui la descrizione di un luogo o di una situazione, nasconde una rivelazione, un’epifania, come l’autore stesso definiva i momenti culminanti dei suoi racconti nella raccolta Gente di Dublino. Ovvio che se nella descrizione delle istantanee, tu scrivi per registrare, in quella per rivelazione, lo fai per indagare, trovare il significato nascosto dietro le apparenze.
Ecco un esempio di questa modalità tratto proprio da Joyce:
Nuvole grevi hanno coperto il cielo. All’incrocio tra due strade, davanti a un greto paludoso, è sdraiato un grosso cane. Di quando in quando alza il muso al cielo ed emette un lungo ululato doloroso. La gente si ferma a guardarlo, poi prosegue; alcuni sostano, trattenuti, forse, da quel lamento in cui credono di udire l’espressione del loro stesso dolore, che un tempo ebbe voce ma che ora è muto, servo della fatica quotidiana. Comincia a piovere.
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Descrizione per caratterizzare
Certe descrizioni hanno lo scopo di dire qualcosa di più su un personaggio, metterne in luce aspetti che altrimenti rimarrebbero all’oscuro. In questo tipo di descrizione i dettagli sono fondamentali e il tuo spirito di osservazione deve essere particolarmente sottile.
JD Salinger è conosciuto per l’unico romanzo che ha scritto, Il giovane Holden, ma è anche un narratore oggettivo, in grado di dare una grande importanza ai dettagli e suggerire una correlazione con i personaggi dei suoi romanzi. Lo dimostra  in Franny e Zooey dove, in un lungo passaggio, la descrizione si concentra sull’accappatoio di Bessie, madre dei sette fratelli Glass, e da un semplice indumento veniamo a sapere molte cose sulla donna che lo indossa e la sua famiglia.
Aveva indosso io suo solito abbigliamento da casa, quello che suo figlio Buddy (uno scrittore e quindi, come ci ha detto niente meno che Kafka, non certo un tipo simpatico) chiamava la sua uniforme pre-notifica-di-morte. Si trattava di un venerando kimono giapponese color blu notte, con cui la signora Glass andava invariabilmente in giro per casa tutta la giornata. Con tutte quelle pieghe dall’aria alquanto occulta, esso serviva anche da deposito per l’armamentario di un’accanita fumatrice e d’una meccanica dilettante: due tasche smisurate aggiunte sui fianchi contenevano di solito due o tre pacchetti di sigarette, innumerevoli bustine di fiammiferi, un cacciavite, un martello tirachiodi, un coltello da boy-scout, appartenuto un tempo a uno dei suoi figli, due o tre teste di rubinetto, oltre a un assortimento di viti, chiodi, cerniere e rotelle da mobili: tutte cose che tendevano a far tintinnare sommessamente la signora Glass nel corso dei suoi spostamenti da un capo all’altro del grande appartamento. Per più di dieci anni, le sue due figlie avevano cospirato spesso, anche se vanamente, per far scomparire quel kimono veterano.
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Descrizione per sospensione
In certi casi si descrive per sospendere una scena di cui, per un motivo o per l’altro, non si vuole affrontare in modo esplicito. La descrizione è come un sipario che cala su uno spettacolo ancora in svolgimento. Noi sappiamo che qualcosa sta avvenendo oltre il sipario, lo immaginiamo, anche se non ne siamo informati in maniera diretta.
Descrivere diventa una comunicazione cifrata tra te e il lettore.
È il caso di Flaubert e della famosa scena della carrozza in Madame Bovary.
Léon ed Emma entrano nella carrozza per consumare l’adulterio. L’autore, forse per sensibilità forse perché i tempi gli vietavano di farlo, anziché concentrarsi direttamente sull’amplesso, descrivere quel che è fuori dalla carrozza. Le strade, il panorama, la gente. Ma è chiaro che se gli occhi sono puntati sulla strada, le orecchie sono attente a ciò che sta avvenendo dietro le tendine.
La carrozza uscì dai cancelli e, poco dopo, arrivata sul corso, ricominciò a andare lentamente al trotto, tra i grandi olmi. Il cocchiere si asciugava la fronte, si mise il cappello di cuoio tra le gambe e la guidò fuori dai viali laterali, sul bordo dell’acqua, vicino al prato.
Andò lungo il fiume, sulla strada alzaia acciottolata a secco e, ancora avanti, dalla parte di Oyssel, al di là delle isole.
Ma all’improvviso la carrozza partì di slancio attraverso Quatremares, Sotteville, la Grande-Chaussée, la Rue d’Elbeuf e fece la terza fermata davanti al Jardin des Plantes.
– Avanti, avanti! – gridò la voce ancor più infuriata.
E riprendendo subito la corsa, la vettura passò per Saint-Sever, per il ponte, quindi per Place du Champs-de-Mars e dietro i giardini dell’ospizio dove qualche vecchio vestito di nero passeggiava al sole lungo una terrazza tutta verde di edera. Risalìil Boulevard Bouvreuil, percorse il Boulevard Cauchoise, poi tutto il Mont-Riboudet fino alla collina di Deville.
Tornò, e allora, senza programma né direzione, cominciò a vagabondare a caso. Fu vista a Saint-Pol, a Lescure, al monte Gargan, alla Rouge-Mare e in Place du Gaillard-bois; poi in Rue Maladrerie, in Rue Dinanderie, davanti a Saint-Romain, a Saint-Vivien, a Saint-Maclou, a Saint-Nicaise, là davanti alla Dogana, alla Basse-Vieille-Tour, alle Trois-Pipes e al Cimetière Monumental. Di tanto in tanto, il cocchiere, da cassetta, gettava sguardi disperati alle osterie. Non comprendeva che furore di locomozione spingesse quegli individui a non volersi mai fermare. Qualche volta cercava di arrestarsi, ma subito udiva dietro di sé esclamazioni di collera. Allora frustava a più non posso i due ronzini tutti sudati, senza preoccuparsi delle scosse, sbattendo di qua e di là, noncurante di quello che poteva accadere, demoralizzato e lì lì per piangere di sete, di fatica e di tristezza.
Sul porto, in mezzo ai carri e alle botti, per le strade e alle cantonate, la gente sgranava tanto d’occhi per lo stupore davanti a quella cosa, così straordinaria in provincia: una carrozza con le tendine abbassate, che appariva e scompariva di continuo, chiusa più di una tomba, sballottata come un vascello.
A un certo momento, sul mezzo del giorno, in piena campagna, quando il sole dardeggiava più forte contro i vecchi fanali argentati, una mano nuda uscì di sotto le tendine di tela gialla e gettò via un pugnello di pezzetti di carta, che si dispersero al vento e ricaddero più lontano, come farfalle bianche, su un campo di trifoglio rosso tutto in fiore.
Poi, verso le sei, la carrozza si fermò in una stradina del quartiere Beauvoisine, e ne discese una donna che camminava con il velo abbassato senza voltare la testa.
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Fonti:
Ricettario di scrittura creativa di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi – Zanichelli
Leggere da scrittore di Francine Prose – Dino Audino Editore

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