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Perché Andrea Pazienza è ancora attuale2 min read

18 Maggio 2016 2 min read

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Perché Andrea Pazienza è ancora attuale2 min read

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Tutti abbiamo avuto un amico come Massimo Zanardi: cattivo, di una cattiveria pura, che impauriva e affascinava. Tutti abbiamo avuto un amico come Colasanti, sfrontatamente bello, amorale, circondato di ragazze come una rock star. E tutti ci siamo sentiti come Petrilli, gli sfigati della situazione, condannati a volere senza potere, a desiderare piaceri – ragazze, popolarità, rispetto – che il mondo ci precludeva.

I personaggi di Andrea Pazienza sono così: universali, immediatamente riconoscibili. Fanno parte del bagaglio di esperienze che segnano l’adolescenza e la giovinezza. Sono anche personaggi sintomatici di un’epoca, ovviamente. Pazienza disegnò il disagio sociale degli anni Settanta, l’ideologia, la droga, i fermenti e il marciume all’ombra della facoltà universitaria più controversa dell’epoca, il Dams di Bologna. Questo soprattutto in Pentothal.

AndreaPazienza

Con Zanardi, Petrilli e Colasanti, compie un passo avanti, nel senso che parla di una società dove le ideologie hanno già lasciato il posto all’edonismo, all’individualismo sfrenato. Zanardi è un pre-sintomo degli anni Ottanta che verranno. È stato paninaro prima che sul mercato arrivassero le Timberland. È anche una specie di Pietro Maso. Non un borderline, ma un assassino completo, alla fin fine. Le sue storie parlano di violenza avvenuta per gioco, per divertimento crudele. Ma è anche una sorta di purificatore, perché la cattiveria di Zanardi ci pone dinanzi alla nostra ipocrisia, al nostro perbenismo.

Perché parlo di Andrea Pazienza e dei suoi antieroi? Perché se fosse vivo, se non avesse ceduto per l’ennesima volta all’eroina e non fosse morto di overodse a Montepulciano, il 16 giugno 1988, tra pochi giorni Pazienza compirebbe 60 anni – era nato il 23 maggio 1956. Chissà quante storie avrebbe scritto e cos’avrebbe scritto. Perché a guardarlo oggi, il suo lavoro è stato terribilmente profetico.
La violenza, la bellezza, il disegno visto come una prova di nervi. Ogni volta che leggo Pazienza mi sento messo in discussione. La paura del confronto con gli altri, il senso di prevaricazione subito e quello feroce che accompagna il male perpetrato. Male fisico e psicologico. Provate a leggere Giallo scolastico, storia di bullismo, di gatti seviziati e inchiodati alle porte, di compagni omosessuali ricattati e di droga, capirete che prima di Trainspotting in Italia abbiamo avuto un autore in grado di raccontare la giovinezza come nessuno. E quando dico raccontare, intendo con il disegno ma anche con la penna: certi dialoghi di Pazienza spiazzano per la loro verità. Pazienza è anche letteratura e non a caso tanti sono gli autori che lo hanno tributato poi, in un modo o nell’altro, restando a Bologna, Enrico Brizzi e Gianluca Morozzi.
Tornando al discorso della droga, voglio dire questo: Pazienza è morto tragicamente segnato dalla droga. L’eroina è stata la sua disgrazia, ma lui ha saputo anche raccontarla, lucidamente, l’ha dominata almeno sulla pagina. Ad oggi non ho mai letto niente di così onesto e lontano da ogni ipocrisia sull’esperienza della tossicodipendenza de Gli ultimi giorni di Pompeo. Insomma, è vero che Andrea è morto giovane, ma ci ha lasciato per intero la sua esperienza. E non è poco.

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