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Il gigante gentile, Spielberg porta al cinema il capolavoro di Roald Dahl3 min read

28 Aprile 2016 3 min read

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Il gigante gentile, Spielberg porta al cinema il capolavoro di Roald Dahl3 min read

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articolo di Rosa Maiuccaro per Wired.it

Dalla nascita del cinema ad oggi gli estimatori della settima arte si sono sempre identificati o nella fantasia promossa da George Méliès o nel realismo dei fratelli Lumière. Se c’è un regista che ha smentito questa contrapposizione è Steven Spielberg che dagli anni Settanta non ha mai smesso di sfidare generi e convenzioni, sbalordendo critici e spettatori.

Il cineasta statunitense è tra i pochi a coniugare il suo gusto per l’avventura (vedi Lo squalo, Indiana Jones, E.T.) e a promuovere interessanti riletture dei momenti più clamorosi della nostra storia (vedi Schindler’s List, L’impero del sole e Lincoln).
I suoi ultimi due film ne sono un esempio: è passato dalla guerra fredda ne Il ponte delle spie all’adattamento de Il GGG, l’indimenticabile classico per ragazzi di Roald Dahl.

Dalla combinazione del talento letterario di Dahl e quello visivo di Spielberg, passando per l’eccezionalità di Walt Disney, è lecito aspettarsi un altro capolavoro generazionale alla stregua di E.T. L’extraterrestre. Non è un caso che la sceneggiatrice sia la stessa Melissa Mathison, scomparsa a novembre dopo aver ultimato le riprese del film. Mancano pochi giorni all’inizio della 69esima edizione del Festival di Cannes, dove il film verrà presentato, e noi giornalisti già scalpitiamo all’idea di riabbracciare una delle letture più tenere e commoventi della nostra infanzia.

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I motivi di tale attesa sono molteplici. Anzitutto Il GGG (che sta per “Grande Gigante Gentile” e, in italiano, al cinema, sarà semplicemente Il gigante gentile) è la storia dell’incontro tra due solitudini: il gigante è solo tra i suoi pari perché non condivide la loro scelta di cibarsi di carne umana, mentre Sophie è un piccola orfana. Da un presunto incubo della bambina nascerà un rapporto di forte amicizia che per età prenderà presto le sembianze del legame tra un nonno e la sua nipotina. Se la loro amicizia appare improbabile, la loro missione ha dell’assurdo.

Sophie e il GGG avranno in programma di salvare il mondo dalla voracità dei giganti e per farlo si rivolgeranno nientemeno che alla regina d’Inghilterra. Per ottenere il suo appoggio opteranno per lo strumento più potente al mondo: i sogni. Moltissime le somiglianze con E.T. L’extraterrestre, spesso riconosciuto come il più bel film per ragazzi che sia mai stato realizzato. L’alieno e il gigante sono entrambi degli outsider, apparentemente mostruosi. Due sono i bambini pronti ad accoglierli nelle loro vite e a rivoluzionarle in nome della diversità e della giustizia.

Ma nel capolavoro di Dahl, che per pura coincidenza fu pubblicato nel 1982, stesso anno dell’uscita nelle sale di E.T., è presente una critica ancora più dura all’umanità e all’isolamento a cui l’uomo costringe i diversi, i romantici, i sognatori.
Il GGG non perde infatti occasione per avvertire Sophie della crudeltà del genere umano, “gli unici esseri viventi della stessa specie ad ammazzarsi tra loro” e della loro mancanza di tatto, “non sono noti per la loro gentilezza”.

Se a ciò aggiungiamo l’importanza che il libro conferisce ai sogni non è difficile capire perché negli anni Novanta Spielberg avesse pensato proprio a Robin Williams, il re della fantasia, per impersonare il dolce gigante.
All’epoca i limiti della tecnologia frenarono i loro progetti. A pochi mesi dalla vittoria del premio Oscar per Il ponte delle spie a prestare la sua espressione al GGG sarà invece Mark Rylance, protagonista di una performance capture, la stessa tecnica utilizzata da James Cameron in Avatar.

Conoscendo la sensibilità di Spielberg, da sempre in grado di coinvolgere masse oceaniche di spettatori a prescindere dalla materia trattata, siamo quasi certi che il GGG garantirà l’ennesima l’imperdibile esperienza cinematica.
Ancora una volta, in un’era di cinica confusione come la nostra, sarà sua maestà il cinema ad insegnarci che “l’arte non può salvare il mondo ma può ricordarci che è possibile salvarlo” fugando quella che dovrebbe essere la nostra paura più grande: vivere senza magia.

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