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Il folle sogno di Don Chisciotte lungo 400 anni3 min read

20 Aprile 2016 3 min read

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Il folle sogno di Don Chisciotte lungo 400 anni3 min read

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Due anniversari ci aspettano nei prossimi giorni.
Il primo sono i 400 anni dalla morte di William Shakespeare e cade il 23 aprile, ovvero sabato (il grande bardo, morì il 23 aprile del 1616).
Il secondo riguarda i 400 anni dalla morte di Miguel de Cervantes e cade il 22 aprile, ovvero venerdì (l’autore del Don Chisciotte è morto un giorno prima di Shakespeare, stesso anno).
Che dire di questi due?
Ogni parola d’elogio rischia di essere ripetitiva.
Su Shakespeare vi rimando a un post che pubblicherò venerdì sera.
Su Cervantes, innanzitutto va detto che per molti il romanzo europeo comincia con lui. Il effetti Don Chisciotte ha parecchi elementi che troveremo in altri capolavori della letteratura: la figura di un eroe solitario contro la società del suo tempo; lo scontro tra mondo ideale (quello cavalleresco più appartenente alle pagine dei poemi che ai campi di battaglia) che affligge la mente del protagonista e quello reale con cui egli deve fare i conti; la complementarità che si crea tra Don Chisciotte, il sognatore, e Sancho Panza, solido e fin troppo legato alla terra e che ritroveremo in altri romanzi (il primo che mi viene in mente è Zorba il greco di Kazantzakis, il rapporto tra il rude e tellurico Zorba e l’io narrante, un intellettuale tiepido e astratto); le storie nella storia…
Il Don Chisciotte racconta un mondo che si conclude e un altro che si sta aprendo e il senso di inadeguatezza di chi vive questo passaggio.
Milan Kundera scrive che “il romanzo appare come una sarcastica conclusione di tutta la letteratura precedente: fantastica, eroica, piena di leggende e miti” e, citando Octavio Paz, che “lo humour è una grande invenzione dell’epoca moderna legata alla nascita del romanzo, e in particolare a Cervantes“.
A livello di pura lettura, il romanzo di Miguel de Cervantes è scorrevole, piacevole, sorprendentemente accessibile considerando l’anno in cui venne pubblicato, il 1605.
Tra gli estimatori troviamo Louis Ferdinand Céline e in effetti Viaggio al termine della notte, pur nel suo nichilismo, è figlio del Don Chisciotte: anche Bardamu è a suo modo un sognatore, anche lui viaggia come in preda a un’ansia da infinito e pure lui è accompagnato nelle sue avventure, da un compagno, una sorta di doppio e contrario, Robinson.
Un’invenzione chiave per capire il Don Chisciotte, lo spirito di disperato e tragicomico eroismo che lo pervade è la polvere da sparo, condannata dallo stesso protagonista nel passo che segue.
Benedetti quei fortunati secoli cui mancò la spaventosa furia di questi indemoniati strumenti di artiglieria, al cui inventore io per me son convinto che il premio per la sua diabolica invenzione glielo stanno dando nell’inferno, perché con essa diede modo che un braccio infame e codardo tolga la vita a un prode cavaliere, e che senza saper né come né da dove, nel pieno del vigore e dell’impeto che anima e accende i forti petti, arrivi una palla sbandata (sparata da chi forse fuggì, al bagliore di fuoco prodotto dalla maledetta macchina), e recida e dia fine in un istante ai sentimenti e alla vita d’uno che avrebbe meritato di averla per lunghi secoli. E quindi, considerando ciò, sto per dire che mi duole nell’anima d’aver abbracciato questa professione di cavaliere errante in un’età così odiosa qual è quella che oggi viviamo; perché sebbene a me non ci sia pericolo che faccia paura, ciò nonostante, mi esaspera il pensare che della polvere e del piombo abbiano a negarmi la possibilità di rendermi noto e famoso per il valore del mio braccio e il filo della mia spada, per tutto quanto il mondo conosciuto. Ma faccia il cielo ciò che crederà, che se riesco nel mio proposito, sarò maggiormente stimato, per aver affrontato ben maggiori pericoli che non quelli ai quali si esposero i cavalieri erranti dei passati secoli.
Se volete convincere un vostro amico che ama più il cinema che i libri a leggere il capolavoro di Cervantes, ditegli che ha anticipato Indiana Jones. La grandiosa e acrobatica minaccia di una spada sguainata e fatta volteggiare prima del duello, abbattuta da un pratico colpo di pistola.

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