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La letteratura nel giardino del bene e del male3 min read

15 Marzo 2016 3 min read

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La letteratura nel giardino del bene e del male3 min read

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Il giardino è una metafora potente in letteratura. Porzione di natura ricavata nel tessuto urbano, porto franco ove la civiltà non impone le sue leggi come avviene in altri luoghi – la strada, la casa, l’ufficio – il giardino è stato contesto di numerosi scorci letterari. Il primo che mi viene in mente? Il racconto Il giardino incantato di Italo Calvino, scritto nel 1948 e inserito nella raccolta Ultimo viene il corvo.
In un autore come Calvino, il giardino non poteva mancare. Prima di tutto perché i suoi genitori erano agronomo il padre e botanica la madre, quindi avevano a che fare, in senso operoso e costruttivo, con la natura e poi perché in Calvino è forte l’elemento ludico, il gioco visto sia come strumento di ribellione che di apprendimento (Il barone rampante) e il giardino è uno dei luoghi prediletti dove si contestualizza il gioco.
Ne Il giardino incantato, il giardino diventa una sorta di mondo parallelo che due amici, Giovannino e Serenalla, trovano per caso, passeggiando per i binari e scorgendo un passaggio attraverso una siepe. Ma non è solo incanto ciò che troveranno dall’altra parte…
Italo Calvino
Anche Tomasi di Lampedusa ci descrive un giardino nel suo capolavoro, Il gattopardo, attraverso la sua lingua barocca, piena di figure retoriche: “Racchiuso come era questo fra tre mura e un lato della villa, la reclusione gli conferiva un aspetto cimiteriale accentuato dai monticciuoli paralleli delimitanti i canaletti d’irrigazione e che sembravano tumuli di smilzi giganti. Sull’argilla rossiccia le piante crescevano in fitto disordine: i fiori spuntavano dove Dio voleva e le siepi di mortella sembravano poste lì più per impedire che per dirigere i passi. Nel fondo una Flora chiazzata di lichene giallo-nero esibiva rassegnata i suoi vezzi più che secolari; dai lati due panche sostenevano cuscini trapunti ravvoltolati, anch’essi di marmo grigio; ed in un angolo l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia“.
eco-pendolo
Pure Umberto Eco dedicò diverse pagine alla descrizione di giardini e ovviamente lo fece con un approccio da semiologo, analizzando il giardino come fosse un labirinto o un puzzle da scomporre ricomporre, come in questo passaggio de Il pendolo di Foucault: “Salivamo, e di terrazza in terrazza i giardini mutavano fisionomia. Alcuni avevano forma di labirinto, altri figura di emblema, ma si poteva vedere il disegno delle terrazze inferiori solo dalle terrazze superiori, così che scorsi dall’alto il disegno di una corona e molte altre simmetrie che non avevo potuto notare mentre lo percorrevo, e che in ogni caso non sapevo decifrare. Ogni terrazzo, visto da chi vi si muoveva tra le siepi, per effetto di prospettiva mostrava alcune immagini ma, rivisto dal terrazzo superiore, provvedeva nuove rivelazioni, magari di senso opposto – e ogni grado di quella scala parlava così due diverse lingue nello stesso momento“.
C’è poi la letteratura gialla, specie quella inglese, che ha fatto del giardino luogo di indagine e osservazione. Agatha Christie in La parola alla difesa, descrive un giardino e una particolare rosa che sarà la chiave della risoluzione del delitto.
Luogo di abbandono o foresta tascabile, ogni volta che penso al giardino mi viene in mente un titolo formidabile, di un romanzo magari non memorabile e che con il giardino a poco a che fare: Mezzanotte nel giardino del bene e del male di John Berendt.
Voi avete altri titoli da segnalare?
eastwood midnight (13)

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