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Vent’anni di Trainspotting: abbiamo scelto la vita, abbiamo scelto Facebook4 min read

23 Febbraio 2016 3 min read

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Vent’anni di Trainspotting: abbiamo scelto la vita, abbiamo scelto Facebook4 min read

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Vent’anni fa usciva Trainspotting al cinema, film di Danny Boyle tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh. E parto subito non dico con una stroncatura, ma un drastico ridimensionamento: almeno nella traduzione italiana non si tratta di un’opera eccezionale. Il registro stilistico è per lo più quello del monologo. I capitoli sono narrati in prima persona dai protagonisti della storia. Mark, Simon, Begbie eccetera. Magari nell’inglese suburbano di Welsh la prosa ha altre sfumature, ma in italiano è un’infornata di parolacce alternate a qualche espressione divertente. Una prosa goliardica che fila, diverte, ma non ha messo sottosopra la lingua, insomma. Ho una certa conoscenza di Welsh e posso dire che l’unico libro che – almeno nella traduzione – spiazza non solo per i contenuti ma anche per i registri stilistici è Il lercio.

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Tornando a Trainspotting, la grandezza sta nei contenuti, per l’appunto o nell’accessibilità che romanzo e film forniscono al lettore/spettatore di un ambiente fino a quel momento proibito. Un territorio oscuro oltre la linea di confine: il mondo dei tossicodipendenti. Tossicodipendenti da eroina, specificherei. Ulteriore specificazione: tossicodipendenti da pera di eroina.
Perché allora dire eroina significava parlare dell’ago che ti entrava in vena, lo stantuffo che iniettava la droga nel sangue, direttamente nel tuo corpo. Dire eroina era come dire inferno.

Agli occhi di chi come me negli anni Ottanta stava crescendo e viveva una tranquilla vita borghese, i tossici erano come zombie che vedevi vagare nei parchi o nelle zone periferiche della città. Li guardavi e, con un misto di repulsione per tutto ciò che è male e mette in allerta il tuo istinto di sopravvivenza, e di attrazione per ciò che è proibito, ti chiedevi cosa avesse spinto quei ragazzi a ridursi così, quale fosse la moneta di scambio di tanta autodistruzione.
Welsh e il film lo dicono senza ipocrisie: “Prendete l’orgasmo più bello che avete provato. Moltiplicatelo per mille. Neanche allora ci sarete vicino“.
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È una dichiarazione liberatoria e, allo stesso tempo, di totale disfacimento morale, la definizione che Trainspotting fornisce dell’eroina e ci offre una finestra aperta, apertissima sul fenomeno. La droga che ti divora, ti consuma, ti toglie dignità come essere umano sotto gli occhi della società. In Italia, nessuno l’aveva mai descritta così apertamente. Forse l’unica opera che si avvicina per onestà a Trainspotting è Pompeo di Andrea Pazienza, il grande fumettista morto di overdose. Lì, però, la droga era ancora legata a una questione ideologica. In Trainspotting, i protagonisti si fanno non per ideologia ma per rifiuto verso quella che Renton chiama la vita nel suo celeberrimo monologo:
Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?
L’eroina come forma di ribellione legata alla giovinezza quindi. L’ultima spiaggia dell’autodistruzione. L’ultima cosa vera anche se malvagia, prima che il mondo diventi liquido, ogni cosa si si ibridi all’altra, le generazioni si compenetrino in una stessa pappa di giovani che non cresceranno mai e adulti che non saranno mai tali. L’eroina prima di Internet che ha sottratto corporeità alla realtà, sfumando ogni cosa nel digitale: una promessa e una presa per il culo assieme.
Forse Renton e compagnia, oggi, lancerebbero una app per geolocalizzare i pusher che offrono la migliore qualità al miglior prezzo, chi lo sa.

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