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Se vi piace Fargo, leggete I sicari3 min read

11 Gennaio 2016 3 min read

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Se vi piace Fargo, leggete I sicari3 min read

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Fargo
Non credo siano pochi, in questo sito, a vedere e apprezzare la seconda stagione della serie tv Fargo. Questa serie ha un sapore letterario pari quasi a True Detective. Le atmosfere, i tempi dei dialoghi, il senso dell’assurdo che si accompagna alla violenza, ogni cosa ne fa un’opera estremamente curata come potrebbe esserlo un buon thriller d’autore. Oppure il racconto di un grande come Hemingway.
Mentre martedì scorso vedevo la quarta puntata, Fear and Trembling, improvvisamente mi è venuto in mente un racconto di Hemingway incluso nella raccolta I racconti di Nick Adams o in Tutti i racconti (entrambi editi da Mondadori). Si intitola I sicari (originale The Killers) e venne pubblicato per la prima volta nel 1927. È stato adattato per il cinema ben quattro volte (I gangster, 1946; Gli uccisori, 1956; Contratto per uccidere, 1964; The Killers, 1988). La prosa è tipicamente hemingwayana e quindi minimalista. I sicari uscì due anni prima del Falcone maltese di Deshiell Hammett, giudicato il romanzo che inaugura il genere hard boiled (di cui l’attuale rappresentante è Ellroy), e ne anticipa tutti i temi.
La prosa asciutta dà corpo a una vicenda spietata e dimessa allo stesso tempo. Come se l’erompere della violenza fosse immediatamente smorzato dalla coscienza dell’ineluttabile, che il male è tra noi e non possiamo farci nulla.
hemingway specchio
Siamo in una locanda, in un sobborgo di Chicago.
Entrano due uomini.
Siedono a un tavolo e cominciano ad avere una conversazione surreale che vira al minaccioso con George, il gestore. Vogliono dei piatti presenti sul menu ma che non sono disponibili dalla cucina. Alla fine si accontentano di uova e pancetta. Uno dei due si reca poi in cucina per discutere con Nick Adams (personaggio ricorrente nei racconti di Hemingway) e con Sam, un cuoco di colore. Dalla conversazione si evince che i due sicari sono giunti per uccidere Ole Anderson, pugile svedese e noto cliente del locale.
Mi fermo qui. Non spoilero oltre.
Il racconto è basato sui dialoghi ma, come spesso avviene in Hemingway, tutto il contesto si percepisce, come ne facessimo parte, fossimo seduti a un tavolo di quella locanda e stessimo osservando la scena.
La violenza non prende piede all’interno di una banca, non si annuncia, non celebra se stessa con sparatorie, ma erompe improvvisa nel quotidiano, come se ne fosse un elemento latente, e coinvolge tutti. È un po’ lo stesso effetto che ci fa la violenza dipinta in Fargo. Siamo in una cittadina qualunque, con personaggi qualunque che, per un motivo o per l’altro, si trovano invischiati in storie, non dico grandi, ma più oscure di loro.
Altra cosa che rende assimilabile I sicari a Fargo, anche film, è un certo gusto per la battuta caustica, per il risparmio dei dialoghi, tutto a favore dei silenzi e dei panorami dilatati e innevati del Minnesota. Se nei film di Tarantino siamo bombardati di citazionismo, la violenza è ultra e i dialoghi, alle volte, hanno la pesantezza di un saggio sulla storia del cinema, in Fargo le parole sono scelte attentamente. Lo stesso vale per la prosa di Hemingway, pulita, breve, oggettiva.
Ciò che nella serie tv è lasciato al silenzio e alla neve, ne I sicari viene lasciato all’immaginazione del lettore.

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