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Se i nostri figli imparano da Tyrion anziché da Zorro3 min read

11 Novembre 2015 3 min read

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Se i nostri figli imparano da Tyrion anziché da Zorro3 min read

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di Gianmaria Tammaro su Wired.it
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L’articolo di Rita Querzé pubblicato sul Corriere della Sera, intitolato “Da Zorro al coniglio rosa. È il crepuscolo degli eroi?”, non lascia dubbi sul messaggio che vuole indirizzare al lettore: non ci sono più eroi a cui rifarsi. Le nuove generazioni sono “condannate” a una letteratura (televisiva, cinematografica, cartoonesca e narrativa) povera, senza figure forti (per la Querzé, “virili”) e senza cause per cui lottare. Nei fumetti, come nelle serie tv, non ci sono più modelli da cui lasciarsi ispirare.
“Ci siamo appassionati”, scrive la Querzè, “a Gomorra, House of cards, Game of thrones (un modo per acquisire in fretta i rudimenti della sopravvivenza?). Ma che mondo triste, per i nostri figli, senza sogni e senza eroi”. Il problema, sembra di capire, è che i personaggi della “nuova” televisione siano troppo umani, troppo deboli: né invincibili, né inarrivabili e nemmeno affidabili. Uomini poco uomini, perché fragili in un mondo grigio, senza una distinzione effettiva tra bene e male.
Quello che la Querzé sembra ignorare – e non si capisce se lo faccia di proposito o senza nemmeno accorgersi – con la sua critica è che se una simile letteratura, una simile narrazione hanno avuto, e hanno ancora, successo è principalmente per la realtà in cui viviamo. E per i modelli che giornalisti, intellettuali, politici e uomini di cultura e potere ci danno.
Il vero eroe, oggi, è chi compie l’atto piccolo, umile, modesto (“viviamo un tempo in cui c’è spazio al massimo per piccoli eroismi quotidiani, tipo restituire il portafogli trovato a terra al legittimo proprietario”: e sembra poco?): chi per un momento, come in un racconto leopardiano, smette di soffrire ed è – per poco, pochissimo – felice. L’eroe di oggi, in questo modo, ha molto più valore di uno Zorro, un Sandokan o di un Tarzan: perché è verosimile; perché è possibile. Perché decide da solo, arbitrariamente, chi essere.
Non c’è una vera celebrazione del male nelle serie tv che la Querzé cita. C’è, piuttosto, una rappresentazione plausibile di quello che è, ed è sempre stato, l’animo umano: fragile, schiacciato tra doveri e interessi, imbarazzato e, soprattutto, imbarazzante da descrivere. Se una volta era prevedibile crescere le generazioni con storie totalmente impossibili, con eroi mascherati sempre votati alla giustizia (ma cos’è, poi, la giustizia?) e con una morale di ferro, oggi non lo è più perché è il mondo stesso, la terra sotto i piedi, che minaccia di franare da un momento all’altro. Non ci sono più né dei, né eroi. C’è l’uomo, solo lui. E deve riscoprire come farcela da solo. In questo, nella speranza, c’è il nuovo eroismo: l’eroismo 2.0, dei precari, di chi non ha un futuro; l’eroismo di chi non ha tempo per parlare di eroi, ma solo per agire, tavolta letteralmente, come un eroe.
Tv e fumetti non ci offrono più fonti di ispirazione? I cartoon sono pieni di figure allegoriche, clownesche e imbarazzanti (come il padre, dice la Querzé, di Peppa Pig)? E il parlamento di cos’è pieno? Di cos’è piena, oggi, la classe intellettuale e dirigente italiana? Se c’è Gomorra è perché, per la fantasia, non c’è più spazio. E ora anche le opere di intrattenimento devono diventare credibili. In Game of Thrones non c’è una guida alla sopravvivenza: c’è una fenomenologia piuttosto precisa di quello che è l’essere umano. Com’è, pure, in House of Cards: il mondo che ci siamo costruiti, il mondo che ha gettato le proprie fondamenta su un eroismo fittizio, di carta, è, oggi, un mondo di lupi che massacrano lupi, di bullismo e razzismo.
L’eroe di oggi non è quello che sconfigge un intero battaglione di soldati, né che lotta fino allo sfinimento per salvare la “damigella in pericolo”. L’eroe di oggi è l’uomo comune. Che ha un solo obiettivo: sopravvivere.
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