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Perché leggere "L’amica geniale" di Elena Ferrante2 min read

6 Novembre 2015 2 min read

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Perché leggere "L’amica geniale" di Elena Ferrante2 min read

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Elena Ferrante scrive un libro importante: per Napoli, la sua città, per l’Italia intera. Per la letteratura tutta. Potrò sembrare esagerato, ma penso davvero che L’amica geniale (edizioni e/o) sia uno di quei romanzi che rimarrà oltre la moda del tempo, oltre gli articoli di plauso sul New Yorker, oltre le solite liti e invidie di casa nostra tra chi voleva sostenere l’autrice allo Strega e chi mirava a stroncarla.
Quello della Ferrante è un romanzo di formazione.
La protagonista, Lenù, nata e cresciuta in un rione di Napoli negli anni Cinquanta, racconta il suo apprendistato alla vita.

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Figlia di una famiglia umile, vive divisa tra la scuola e il quartiere. E questi due luoghi sono anche teatro di due tipi di apprendistato, il primo istituzionale l’altro esistenziale, di vita. E maestra di vita diventa per la protagonista Lila, una bambina (poi ragazza e donna) molto sveglia, carismatica, dall’intelligenza incisiva che riesce a focalizzare le cose, a snudarle nella loro realtà meglio di quanto possano fare gli altri.
Lila è anche una ragazzina brava ad imparare pure se la sua situazione famigliare non le permette di proseguire negli studi. Sembra quasi perfetta o almeno lo è per Lenù. L’amicizia con Lila diventa la chiave per arrivare all’essenza delle cose.

Lila, magra, non bella, ma a suo modo sensuale, in un certo senso incarna Napoli. La strada, con le sue contraddizioni, le sue verità spietate e infallibili. È cattiva e onesta. Sottile come un coltello, rapida e intuitiva; è, alla fine, un alter ego della protagonista. Lenù come vorrebbe essere, almeno fino a un certo punto del libro.

Il romanzo, però, come dicevo, non è solo la storia di un’amicizia, ma di un quartiere, di una città, Napoli. E della sua vita di strada, delle prime esperienze sessuali, dell’ingiustizia subita, della camorra. Siamo davanti a un romanzo che attraversa un’epoca, scritto da un punto di vista analitico, distaccato perché Lenù, sforzandosi di adottare il punto di vista di Lila, è come se mettesse da parte se stessa il proprio cuore, e analizzasse quanto la circonda come attraverso un microscopio.

Daniel Pennac, recentemente, aveva definito la Ferrante una “scrittrice gigantesca”. Avevo letto di lei L’amore molesto e La figlia oscura e allora mi sembrava una brava scrittrice. Oggi anche io userei il termine “grande”.
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