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No, io non ucciderei Hitler bambino3 min read

26 Ottobre 2015 3 min read

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No, io non ucciderei Hitler bambino3 min read

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articolo di Michela Dell’Amico per Wired.it

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Adolf Hitler da piccolo

Arriva fin da noi – passando per il resto del mondo e naturalmente per la stampa israeliana – l’eco di un discusso sondaggio lanciato dal New York Times ai suoi lettori: uccidereste Adolf Hitler da piccolo, potendo viaggiare nel tempo, per salvare la vita a milioni, ben considerando gli esiti della storia – di altri, innocenti, bambini? La maggior parte ha risposto sì: un bel 42%, contro il 30% di no, e il 28% di “non so”.


La cosa ha fatto impazzire i social, specie Twitter con l’hastag #babyHitler, e ha stimolato commenti anche autorevoli tra gli intellettuali. C’è chi ha detto no per motivi storici, e ci sono certamente i pacifisti, quelli contro ogni tipo di violenza. Ma a scorrere i social prevalgono senza dubbio i sì.
Personalmente la cosa mi ha stimolato due riflessioni: la prima è che troppa tv ci fa male. Fa male al nostro modo di ragionare e certa tv – come Ritorno al Futuro, il mitico film di cui certamente avrete sentito parlare nei giorni scorsi, e che ha ispirato il sondaggio – entra nella nostra mente, nel bene e nel male, davvero nel profondo. Dato che Martin modifica il passato e ottiene in cambio un fiorente presente, la nostra mente sembra pensare che tutto, ma proprio tutto, sia così facilmente aggiustabile, dimenticando che sempre di una commedia (americana) si tratta. Cito da Wikipedia: alla fine del film, “Marty, modificando il passato, ha fatto sì che il sogno americano si sia avverato nel presente nella sua famiglia“. Ma il sogno americano chiamasi per l’appunto sogno.
La seconda riflessione è dunque che no, non tornerei indietro nel tempo per uccidere il piccolo Adolf Hitler, neppure potendo, sebbene io di sicuro non sia una pacifista e non rifiuti la componente “naturale” della violenza, che anzi tranquillamente ammetto.
Ma sfido chiunque a mettere davvero una mano addosso a quegli occhioni teneri che vedete nella foto sopra: è prima di tutto una questione di istinto protettivo verso i bambini che ogni essere vivente possiede, o almeno dovrebbe possedere. Ed è un istinto rinforzato dalla ragione: quel bambino non è Hitler, è solo il piccolo Adolf, e ancora – pensiamo all’ordinamento giuridico, che non ammette la retroattività delle leggi – non ha commesso neppure un errore, né un reato, e tantomeno un crimine contro l’umanità. È un bambino come tutti, e non ha colpe. Saranno gli altri, saremo noi altri, a farne ciò che diventerà. Quindi ucciderlo sarebbe logico come tagliarsi un braccio per dimagrire, e suggerisce anche che l’Olocausto non ci ha insegnato nulla: usare la logica ci fa un sacco fatica.
Per convincervene con parole migliori delle mie, ascoltate questo racconto di Dino Buzzati, che dura neppure due minuti e parla dell’infanzia del Fuhrer. Ci ricorda proprio che “il male” non era affatto chiuso dentro a quel corpicino dalla nascita, ma che c’è entrato da fuori. In altre parole, nulla avrebbe impedito allo Zeitgeist di rivelarsi, e alla storia di compiersi. Che ci crediate o no, neppure Marty.
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