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Ho letto Twilight a sessi invertiti: è ugualmente sessista7 min read

20 Ottobre 2015 6 min read

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Ho letto Twilight a sessi invertiti: è ugualmente sessista7 min read

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articolo di Eleonora Caruso per Wired.it
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Mi tocca cominciare questo articolo facendo un coming out: il primo libro di Twilight mi era piaciuto.
Intendiamoci, non l’ho mai considerato un capolavoro, fosse anche solo per una questione anagrafica, ma era un libro che, pur con i suoi difetti, funzionava molto bene sul piano che dignitosamente gli spettava: quello dell’intrattenimento per ragazzi.
Ho ben tollerato anche il suo seguito, New Moon. Pur non brillando, ho riconosciuto se non altro un certo coraggio all’autrice nella scelta di far sparire fin quasi alla fine l’adorato (dal pubblico) protagonista maschile – Edward – sostituendolo con un altro – Jacob – che sulla lunga distanza si è rivelato anche più interessante.
Se però già New Moon mostrava la corda, Eclipse e Breaking Dawn, i capitoli successivi, si sono rivelati un colossale trainwreck fatto di trame raffazzonate, melassa, bigottismo più o meno evidente e superficialità, evidente soprattutto nell’ossessione per la ricchezza e la bellezza fisica.
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Le critiche alle quali la saga è stata forse più soggetta, però, sono quelle di sessismo. L’umana Bella, protagonista indiscussa, è spesso dipinta come una damigella in pericolo, goffa e incapace di badare a se stessa, talmente dipendente dal suo uomo da cadere in stato catatonico quando lui l’abbandona. Bella è inoltre il felice oggetto delle attenzioni ossessive del suo fidanzato vampiro, la cui possessività estrema sfocia nell’arrogarsi il diritto di (provare a) prendere una serie di decisioni importanti al suo posto, specie per quello che riguarda la loro vita sentimentale e sessuale (non dimenticherò mai il momento in cui le propone di abortire il loro feto e farsi ri-ingravidare da Jacob…brrr).  Basti dire che questa mania del controllo è stata rielaborata in una certa fanfiction di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, mi pare si chiami 50 sfumature di grigio o qualcosa del genere…
L’autrice, Stephenie Meyer, si era difesa già in passato dalle accuse sostenendo che il femminismo non è nient’altro che la libertà di fare le proprie scelte, e Bella fa questo continuamente, anche ostinatamente. Molto bello, molto vero, all’inizio mi aveva colpita. Peccato che, delle quattro figure femminili centrali, ben tre decidano guarda caso di identificarsi – senza neanche metterlo in questione – esclusivamente nei ruoli di compagne e madri (o madri mancate che vivono nel rimpianto, come Rosalie).
In occasione del decimo anniversario della serie, Meyer è tornata sull’argomento e ha affermato: “Bella è stata spesso tacciata di essere una classica damigella in pericolo, perché viene salvata in svariate occasioni. La mia risposta è sempre stata che Bella è piuttosto un’umana in pericolo, una normale umana circondata da supereroi e supercattivi. È stata anche criticata perché troppo consumata dal suo stesso amore, come se fosse solo una cosa femminile. Ho sempre sostenuto che sarebbe stato lo stesso anche al contrario, se l’umano fosse stato un uomo e la vampira una donna.”
Per testare questa tesi, Meyer ha scritto Life and Death – Twilight Reimagined, un nuovo romanzo che in realtà – tenetevi forte –  non è affatto un nuovo romanzo. Si tratta del vecchio Twilight a sessi invertiti. Isabella “Bella” Swan diventa quindi Beaufort detto “Beau”, mentre il vampiro Edward diventa la vampira Edythe.  La stessa sorte tocca a tutti i personaggi: Jacob diventa Julie, Carlisle/Carline, Esme/Earnest, Rosalie/Royal, Jasper/Jessamine, Alice/Archibald “Archie”, Emmett/Eleanor.
E questo è quanto. Lo sforzo si ferma qui. Sempre dall’introduzione del libro: “Fortunatamente questo progetto non è stato solo divertente, ma anche rapido. A quanto pare non ci sono così tante differenze tra come una ragazza umana s’innamora di un vampiro e un ragazzo umano di una vampira”. 
Segue un calcolo percentuale dei paragrafi e delle parole cambiate, per farvi capire la complessità dell’operazione. Ho letto l’intero libro, e posso affermare che per la maggior parte si limita a un trova-sostituisci dal comando di Word. Pagine e le pagine sono praticamente identiche alla prima versione, anche dove evidentemente stridono nella mancata ricalibratura della personalità dei personaggi rispetto al loro sesso. E questa è la parte riuscita. È nei cambiamenti, che il libro fallisce miseramente.
Life and Death non solo non ripara gli stereotipi di genere, ma li rafforza. L’esempio più evidente sono le continue, comiche rassicurazioni sulla mascolinità dei personaggi:
“Beau, tu non ti rendi conto di quanto sei…fragile. Non prenderlo come un insulto a te o alla tua mascolinità, qualsiasi umano è fragile, rispetto a me”.
“I suoi capelli biondi lisci erano raccolti in uno chignon dietro la testa, ma non c’era niente di femminile, in questo – in qualche modo, anzi, lo rendeva ancora più uomo. Era chiaramente troppo figo per questa scuola, o qualsiasi altra potessi immaginare.”
L’ossessione per la perfezione fisica si acuisce solo nelle descrizioni delle figure femminili. Ecco un confronto tra le due versioni:
Twilight: “Poi il dottore [Carlisle] girò l’angolo e rimasi a bocca aperta. Era giovane, biondo…e più bello di qualsiasi attore avessi mai visto.”
Life and Death: “Poi il dottore [Carine] girò l’angolo e rimasi a bocca aperta. Era giovane, bionda…e più bella di qualsiasi attrice avessi mai visto. Era come se qualcuno avesse fatto a pezzi Audrey Hepburn, Grace Kelly e Marylin Monroe, ne avesse preso le parti migliori, e le avesse incollate insieme per farne un’unica dea.”
(Lo chignon maschile è già di moda, ma i riferimenti estetici sono giusto un po’ datati.)
Non avevo mai visto così tanto della sua pelle. Le sue braccia pallide, le sue spalle sottili, le sue clavicole che sembravano fragili come ramoscelli, la cavità vuota e vulnerabile sotto di esse, la curva da cigno del suo collo, il lieve gonfiarsi del suo petto – non guardare, non guardare – e le costole che si potevano quasi contare attraverso il cotone sottile. Era troppo perfetta, realizzai con un’ondata di disperazione. 
Edythe viene sempre descritta così: magra al limite dell’insano.
Il servizio peggiore, però, Meyer lo fa ai personaggi maschili.
Se infatti Bella non brillava certo per personalità, aveva almeno un suo modo testardo di reagire agli eventi, si poneva domande e cercava risposte, provava dei sentimenti intensi che riconosceva come tali a volte a suo malgrado. Questa spinta manca totalmente a Beau, che esiste in una sorta di bonaria indulgenza il cui presupposto è che, essendo un uomo, debba essere poco sensibile, a volte aggressivo e un po’ ottuso. Il suo modo di pensare, più grezzo e affettato, potrebbe essere di per sé una buona idea stilistica, se non fosse che applicato alla semplicità di Bella restituisce un personaggio ancora più insignificante, più ossessivo ma in realtà meno coinvolto. C’è una maggiore attrazione sessuale, che potremmo giustificare abusando un po’ del luogo comune che vede il maschio più che altro interessato al sesso. Ma si arriva al punto in cui, dove Bella capiva di trovarsi di fronte a un vampiro cercando informazioni su internet, Beau si limita ad avere un sogno erotico. Complimenti per riuscire a sembrare meno sveglio di Bella Swan.
Beau risulta da subito più indipendente. Trovandosi nelle stesse situazioni di Bella, reagisce con decisione e ironia. Emblematico è il fatto che dove lei non riusciva a reagire alle avance dei pretendenti sgraditi, ma si limitava a comportarsi in modo imbarazzato fino all’arrivo di Edward (che li respingeva al suo posto), Beau allontana in modo risoluto le ragazze che non gli interessano. Come a dire che, in fondo, è ovvio che una ragazza debba dimostrarsi più remissiva.
Eppure vi è una sorta di delegittimazione emotiva dei sentimenti di Beau. Il primo amore è intenso e sconvolgente, per entrambi i sessi, e di questo Twilight riusciva a restituire una narrativa in un certo senso metaforica efficace. Ma se è lecito pensare che un ragazzo adolescente tenderà a voler nascondere le proprie fragilità in pubblico a causa della pressione sociale, non si può che storcere il naso davanti all’evidenza che, tra blocchi interi di testo rimasti identici, Meyer abbia soppresso con precisione certosina tutti i riferimenti alle lacrime, allo stare per piangere, al voler piangere. Quasi fosse impensabile, in modo categorico, che un maschio, anche in solitudine, reagisca ad eventi tristi e traumatici piangendo.
In sostanza Life and Death è evitabile praticamente da tutti, compresi i fan della saga, che non troveranno davvero nulla di nuovo nella storia che già conoscono, se non piccoli cambiamenti che – considerato l’attaccamento di qualsiasi fan all’oggetto del proprio culto – potrebbero deluderli. Per gli altri potrebbe al massimo essere interessante scoprire come, nel tentativo di migliorare i personaggi femminili, un’autrice possa finire per livellare verso il basso anche quelli maschili.
Una buona notizia però c’è: il libro brucia rapidamente tutte le tappe fondamentali della saga, non lasciando spazio a un seguito. E quindi- sembrerebbe – neanche a un film.
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