blog di Alberto Grandi
Cose da scrittori

Che significa scrivere con stile?4 min read

19 Ottobre 2015 4 min read

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Che significa scrivere con stile?4 min read

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Stile. Louis Ferdinand Céline, autore di Viaggio al termine della notte, libro cardine del Novecento, ne era ossessionato. Più che scrittore si definiva stilista. Più volte lo aveva ribadito nelle interviste. E scrivere con stile, secondo lui, significava scrivere in modo personale, originale, far emergere l’individualità attraverso le parole, questo contro una narrativa istituzionalizzata, imbrigliata nelle regole del buon editing che soffocano ogni velleità. Il bambino, quando nasce, non parla, canta, vagisce, diceva Céline, il cavallo, da selvaggio, non trotta, corre. Lo stile nello scrivere è lasciare che l’emotività e la musica emerga.
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Dato che per me gli autori sono come infatuazioni, anzi, diciamo amori veri e propri che vanno e non passano, ma dopo un periodo di sbandata, vengono elaborati e ridimensionati, durante la sbandata che ebbi per Céline, credetti che l’autore francese fosse nel giusto e nessuno potesse dargli torto. I veri scrittori dovevano per forza avere uno stile personale, anticonformista, come il suo, tutto punti esclamativi e agort. Tutti gli altri non erano veri scrittori.
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Dunque, durante questo periodo di folle amore per l’autore del Viaggio e di Morte a credito, reputavo geni autori come Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, James Joyce, Witold Gombrowicz eccetera e falsi geni tutti quegli autori dalla prosa controllata, troppo oggettiva, che non si scatenava in virtuosismi letterari, quindi Milan Kundera, Alberto Moravia, Ernest Hemingway. La mia mania per lo stile e per gli autori che giocavano con le parole, mi aveva spinto a considerare grandissimo autore Stefano D’Arrigo. Ora, è probabile che pochi, pochissimi, oggi, sappiano chi è Stefano D’Arrigo. Trattasi di un autore siciliano che dedicò quasi l’intera vita a un’opera che s’intitola Horcynus Orca, pubblicata da Mondadori, di cui si era fatto un gran parlare già durante la più che ventennale stesura. Di D’Arrigo si parlava come del Joyce italiano, un genio assoluto soprattutto per ciò che – si pensava – avrebbe compiuto con la lingua, a prodotto finito.
In effetti, Horcynus Orca, è un’opera che inventa un nuovo italiano creando un pastiche linguistico composto dai dialetti dei pescatori siciliani, italiano arcaico e parole inventate di sana pianta. Un’opera più vicina al Finnegans Wake che all’Ulisse, prendendo sempre Joyce come metro di misura. Che D’Arrigo fosse stilista, si avverte in ogni passo che ha scritto; leggete:
Gli sonava strana, st’inchiavatura di voce tutta ammastriata: perché non aveva senso, nessunissimo senso, marcargli e rimarcargli, anzi addirittura sillabargli allo scagnozzo, una per una, le parole che lui stesso aveva allora finito di dire in risposta alle domande a entrare e uscire di don Luigi.
Sembra quasi di leggere Montalbano, vero? Invece si tratta di una lingua a cui il suo autore aveva cominciato a lavorare già nel 1950. Ora, secondo me D’Arrigo è la prova che un autore non può basarsi solo sullo stile perché la sua opera, lunga oltre mille pagine, è un figlio degenere, un capolavoro imperfetto, troppo imperfetto e alla fine non è un capolavoro. È un fallimento, per quanto splendido. Lo stile, senza il contenuto, è come un serpente che si mangia la coda.
Col tempo ho imparato ad apprezzare quegli autori a cui importava il cosa quanto il come nei loro romanzi, anzi, a dire il vero, a preferirli a scrittori dalla penna scatenata come Céline. Perché col tempo ho imparato che anche la misura, l’economia degli aggettivi, la scelta dei tempi giusti in un dialogo, possono essere una cifra stilistica e dunque anche Hemingway e Carver sono stilisti per quanto la loro prosa possa sembrare agli antipodi di Céline. Anzi, vi dirò, penso che per un autore emergente la vera sfida sia scrivere senza abbandonarsi alla propria soggettività che, nelle penne inesperte, origina vizi di forma e cascami letterari. Bisogna imparare a scrivere come Hemingway prima di scrivere come Céline.
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E poi, cosa vuol dire esattamente stilista? Una definizione, in letteratura, è difficile da dare. Forse stilisti sono quegli autori che si appropriano di un contenuto oggettivo, la realtà, attraverso la propria soggettività, cioè la propria sensibilità, espressa con l’arma della scrittura. Rielaborano l’esperienza in chiave personale, rendendo il loro punto di vista accessibile a tutti. Si rendono oggetto, patrimonio collettivo. Inverano ciò che hanno dentro (come diceva Moravia, la grandezza di un autore sta nella quantità di realtà che è in grado di inverare). E gli autori non stilisti quali sono? Forse quegli autori che si appropriano della realtà, la scompongono, ne fanno materia narrativa, ma senza dare ad essa una loro poetica, senza renderla materia personale. Oppure quegli autori che basano la loro narrativa più sulla forza delle idee che l’intensità delle emozioni. Come Philip K Dick, ad esempio, e tanti autori sci-fi, forse il genere letterario che meno ha a cura lo stile.

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