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Perché ci è piaciuto Anna, il nuovo romanzo distopico di Ammaniti3 min read

2 Ottobre 2015 3 min read

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Perché ci è piaciuto Anna, il nuovo romanzo distopico di Ammaniti3 min read

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articolo di Silvia Vecchini per Wired.it

Cosa succede se sulla Terra arriva un virus che si propaga ma colpisce e uccide solo gli adulti, i Grandi, e i ragazzini, che invece sono immuni, devono imparare a farcela e salvarsi con le istruzioni per vivere che ha lasciato mamma in un quaderno?
I ragazzini in realtà sono due, Anna e Astor. Ma il titolo del romanzo è un nome solo: Anna. Il mondo salvato da una ragazzina.
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Anna è piccola, ha (forse) 13 anni, gli orologi sono rotti in quest’Italia senza Nord, e gli anni che passano non si riescono a contare bene; non ha ancora avuto “il sangue nero nella topina”, quella cosa che sancisce la fine dell’essere piccoli e l’inizio dei problemi, per lei drammi veri: buscarsi la Rossa, un virus che ti ammazza in poco tempo appena diventi grande.

Bisogna sopravvivere. La legge è quella del più forte. E Anna è forte. Bisogna salvare Astor, il fratellino, che è stato portato via dai bambini blu, e insegnargli a leggere, come ha detto mamma prima di morire, e poi bisogna cercare di uscire dall’isola, perché forse fuori, nel continente, c’è una cura. Bisogna cercare di farcela. Anche se va male, bisogna almeno provarci. Qui la paura è diventare grandi, perché i grandi muoiono, ma questo è un romanzo di formazione che va ai duecento all’ora.

È un viaggio pieno di avventure in una Sicilia distopica ridotta per metà nella cenere da frequenti esplosioni, governata da orde di ragazzini che comandano bambini e cani randagi e spingono mandrie di mucche al macello, fatta di case vuote da razziare, di scarpe da ginnastica miracolose e di centri commerciali fumanti. C’è un rave-party della speranza, celebrato in una Spa defunta, dove due capibanda hanno fatto credere che ci si può salvare dalla Rossa. Allora i moribondi arrivano fiduciosi a flotte da tutta la Sicilia, con quella abnegazione e idiozia a cui si riducono solo i credenti nell’ultima ora, per celebrare e bere il sangue (o ingoiare le ceneri) di una finta santa tutta particolare, la Picciriddona.

Da Castellammare, la casa di campagna dove i fratelli hanno vissuto dopo la morte della madre, Anna e Astor arrivano fino a Palermo, snocciolando chilometri di autostrada tra inseguimenti, ruberie, totem immensi fatti di ossa umane e una tappa a Cefalù a pescare polipi e fare le scelte più difficili e dolorose della vita. Poi, l’ultima tappa: l’arrivo a Messina per tentare l’impresa più grande: passare lo Stretto e cercare di salvarsi in Calabria. Un’apologia del Sud. (Salvarsi in Calabria potrebbe essere il titolo di un altro libro distopico).

Nel viaggio ci sono altri bambini che percorrono le strade deserte con Anna e Astor. C’è Coccolone, un cane che non muore mai, e poi ci sono tutte le cose che ci sono nella vita: la morte, la malattia, la paura, i ricordi dolorosi, l’assenza, innamorarsi di un minchionaccio, soffrire come un cane per una perdita. Ma c’è una cosa più forte di tutte: è la speranza.

Anna fa paura come il Signore delle mosche di Holding, fa piangere come i ragazzini di Salinger, fa tenerezza come Dickens, ma soprattutto si fa leggere. Come un classico. Niccolò Ammaniti ha scritto e pubblicato per Einaudi il suo romanzo più bello.

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