Hemingway e l’uso dei dialoghi

Penne Matte

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Hemingway si è dimostrato un grande autore nei racconti più che nei romanzi e nei racconti è un autore unico per l’uso sapiente dei dialoghi.
Far parlare in modo credibile e autonomo i propri personaggi, non è facile. Con autonomo intendo mettere sulle loro labbra battute che li caratterizzano e siano pertinenti alla personalità delineata precedentemente, evitando di degradarli a microfoni che amplificano l’Io dell’autore.

I dialoghi devono essere misurati. Se al di fuori di essi, l’autore si può permettere digressioni o di soffermarsi sull’analisi di una situazione, nei dialoghi deve far pronunciare ai suoi personaggi le esatte parole, non una di più, non una di meno.
Hemingway è grande in questo campo, non sono certo io il primo a dirlo.
Nel libro I testamenti traditi, Milan Kundera, per dimostrarlo, si concentra su un racconto del grande autore americano, Colline come elefanti bianchi (Hills Like White Elephants, lo trovate nell’antologia I quarantanove racconti), fatto quasi interamente dalle battute che si scambiano i due protagonisti, un uomo e una donna.
Il testo inizia con una breve descrizione, utile a delineare il perimetro entro cui si svolgono i fatti.

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Le colline che attraversano la valle dell’Ebro erano lunghe e bianche. Di qua non c’era ombra né alberi, e la stazione era tra due file di binari sotto il sole. Contro il fianco della stazione c’era l’ombra calda dell’edificio e una tenda, fatta di filze di tubetti di bambù, appesa davanti alla porta aperta del bar, per tener fuori le mosche. L’americano e la ragazza che era con lui sedevano a un tavolo all’ombra, fuori dall’edificio.

Poi comincia il dialogo tra l’americano e la ragazza.
Il racconto è quasi tutto basato sulle parole che si scambiano i due, tranne alcuni brevi intermezzi dovuti alla presenza di una cameriera che registra le ordinazioni.
È chiaro che i due personaggi sono in una relazione ed è chiaro anche che stanno discutendo l’eventualità di abortire anche se parole come “aborto”, “feto” o “interruzione di gravidanza” non sono accennate. La cosa però emerge e questo fa parte della grandezza dell’autore: mettere sulle labbra dei suoi personaggi le parole che devono dire e circondarli di quelle che non devono dire ma compaiono automaticamente nella mente del lettore.

Non c’è niente di teatrale, in questo scambio di battute, niente di enfatico. Hemingway non pone i suoi personaggi su un palcoscenico, ma in una piccola stazione, in attesa di un treno. Li fa discutere di una cosa decisiva per la loro vita senza condannarli o assolverli, non li giudica. Li lascia parlare, li lascia sforzarsi di spiegare. Li lascia, in una sola parola, liberi e soli nelle loro scelte.
La prosa è così discreta e spontanea nell’alternarsi delle battute che ci si scorda di stare leggendo. Hemingway fa parlare i personaggi in un modo tale che non si leggono ma si ascoltano.

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