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Perché "Ricordami così" è stato il libro di quest’estate3 min read

27 Settembre 2015 3 min read

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Perché "Ricordami così" è stato il libro di quest’estate3 min read

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articolo di Paolo Armelli per Wired.it
ricordami così cover
Oggi che è iniziato ufficialmente l’autunno, possiamo guardarci indietro ai mesi estivi che ci siamo così improvvisamente lasciati alle spalle. A bocce ferme è anche più semplice valutare ciò che vale la pena salvare di tutto quello che abbiamo visto, sentito e soprattutto letto. E per me il miglior libro che le librerie ci hanno proposto quest’estate è stato “Ricordami così” di Bret Anthony Johnston, pubblicato da Einaudi.
E dire che di “estivo”, nel senso stereotipato del termine, questo romanzo ha ben poco. È una storia inquietante, che disturba l’animo in maniera sottile, senza svolte eclatanti (tranne una) e senza sensazionalismi, con uno stile però calcolato e impeccabile. È uno scavo nelle contraddizioni dell’anima, una storia familiare che non si potrà mai pacificare, una ricerca di un equilibrio, alla fine ritrovato eppure irrimediabilmente compromesso.
Perché in questo libro Johnston ci racconta dei Campbell, una famiglia media americana (Eric, insegnante, e Laura, dipendente di una lavanderia) che convive da quattro anni con l’inspiegabile scomparsa del loro figlio maggiore, Justin: un’assenza che è quasi una presenza. Tutti quanti, anche l’altro figlio Griff e il nonno Cecil, vivono in una speranza un po’ apatica, o meglio in un’attesa alla rassegnazione non vuole arrendersi: continuano a fare ronde, ad appendere volantini nei luoghi più sperduti, ad attendere telefonate che non arrivano e se arrivano sono quelle sbagliate. Tuttavia non si capisce quanto ci credano fino in fondo.

Eppure a un certo punto Justin ritorna, liberato quasi per caso dal suo domicilio forzato presso un uomo apparentemente normale, sicuramente insospettabile. Era stato per quattro anni sotto gli occhi di tutti. È da qui che nasce l’angoscia vera, però, dal momento in cui le loro esistenze si avvitano su sé stesse: iniziano i gesti calcolati e le mille premure, i rimpianti mai sopiti, i timori che possa riaccadere, gli sforzi di doversi riabituare a una nuova (rinnovata) vita, i propositi di vendetta, la disperata ricerca di normalità.
Sullo sfondo di un’America insulare, torrida e acquitrinosa, va così in scena quello che il più profondo dramma di una quotidianità persa e poi riacquisita. Le dinamiche familiari sono quelle di sempre, quelle di tutti: tradimenti, litigi, delusioni, affetti insperati.  Non c’è maturità o eccezionalità che tenga di fronte a queste prove di vita (e a dire il vero il più maturo dei personaggi sembra essere Griff, il più piccolo della famiglia). Gli unici esseri eccezionali sembrano essere i delfini (Laura fa la volontaria in un centro di riabilitazione marina) e questi animali diventano metafora dei segni e dei dolori che tutti portiamo addosso: “Assomigliavano ai delfini (…). In acqua si distinguevano gli uno dagli altri solo per le cicatrici, i colpi dei motori fuoribordo o i tagli delle funi da pesca o i morsi degli squali. Gli sfregi sono le loro caratteristiche distintive.”
Non un libro leggero, distensivo o rinfrescante, dunque, ma di certo fra i migliori che siano usciti negli scorsi mesi. E che non è mai troppo tardi per recuperare.
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