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La distopia mancata di Wayward Pines4 min read

24 Luglio 2015 4 min read

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La distopia mancata di Wayward Pines4 min read

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Si è conclusa la serie tv Wayward Pines, prodotta da Fox e Shyamalan, il regista del Sesto senso, interpretata da Matt Dillon, Carla Cugino e Toby Jones, e basata sull’omonima trilogia di romanzi firmati dallo scrittore americano Blake Crouch. Come ho già avuto modo di segnalare su Wired.t, WP era un’ottima idea sviluppata male per quanto riguarda la serie tv. Riguardo ai libri, ho letto solo il secondo capitolo, Il bosco e della scrittura di Blake Crouch  posso dire che è efficace, ma senza originalità. Una scrittura, quindi, prestata a un prodotto di puro intrattenimento.
Ma come dicevo, il soggetto partorito dalla mente di questo autore era senza dubbio buono e sarebbe potuto diventare una distopia originale, diversa da tutte quelle a cui siamo abituati.
Se sulla pagina WP è un best seller discreto, in tv perde tutte quelle occasioni che avrebbe potuto cogliere, complice, lo ripeto, una storia davvero intrigante.

SPOILER EP01-10 (dall’articolo di Wired.it)

Wayward Pines
WP parte come un prodotto chiaramente ispirato a Twin Peaks. Le prime puntate ci immergono in una sonnolenta provincia americana dove i cittadini si comportano in modo fin troppo prevedibile e da cui l’agente Ethan Burke non riesce a fuggire, né a comunicare col mondo esterno. L’atmosfera vagamente kafkiana non ci racconta nulla di nuovo. Il serial sembra destinato a intrattenere senza grandi scossoni. Lo si guarda semplicemnete per vedere come andrà a finire, poi alla quinta puntata, lo spettatore viene travolto da una quantità impressionante di informazioni. E c’è la svolta.
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Veniamo a sapere che WP non è una semplice comunità di psicotici che vogliono vivere isolati dal mondo, ma una sorta di arca, di città programmata da uno scienziato – Pilcher – che aveva anticipato la degenerazione dell’essere umano e la conseguente fine della civiltà. Selezionando – anche senza chiedere il permesso – diverse centinaia di individui nel XXI secolo, lo scienziato sospende le loro funzioni vitali inserendoli in capsule apposite per risvegliarli in un futuro lontano – la serie tv si svolge nell’anno 4028 – e popolare con essi l’ultima città della Terra, ciò che rimane della civiltà e da cui la civiltà potrà ripartire, Wayward Pines. Un paese-mondo dove la speranza sono i ragazzi, come Ben, il figlio di Burke, in grado di metabolizzare meglio la terribile verità e cambiare il futuro. È a questo punto della narrazione che la serie tv poteva diventare tante cose.
Una riflessione sull’inevitabile scontro generazionale giovani-adulti oppure sull’invasione delle nuove tecnologie sul nostro vissuto privato. Gli abitanti di Wayward Pines sono costantemente monitorati da una serie di telecamere sparse in tutta la cittadina. Consapevoli di ciò si trovano costretti a vivere una vita scissa. Mentre recitano il ruolo di cittadini felici e perfettamente inseriti sono alla ricerca di “punti morti” lontano dalle telecamere dove ritrovarsi, essere se stessi, dare sfogo alle proprie angosce e chiedersi qual è il senso di ciò che li circonda. Wayward Pines poteva dilungarsi anche su temi “profondi” come la mania di un singolo uomo di salvare il genere umano dal proprio destino biologico, il folle sogno di arrestare il destino e dare forma al desiderio della comunità perfetta, in stile grande fratello. La genesi di un dittatore, insomma.
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Oppure, Wayward Pines avrebbe potuto addentrarsi nei meandri della distopia e dell’horror. Oltre la cittadina e la recinzione che la protegge, difatti, vive il genere umano così come si è evoluto, o meglio, involuto: una specie di predatori selvaggi, i cosiddetti abi, una proiezione dei nostri istinti più bestiali. Gli sceneggiatori avrebbero potuto uscire dalla recinzione, mostrarci gli abi, farceli conoscere meglio, rendendoceli bestiali e familiari al contempo, un po’ come nel Pianeta delle scimmie lo spettatore trova simili e distanti insieme i primati evoluti della Terra futura. Ma la regia non batte nemmeno questa strada. Ad oggi, gli abi rimangono delle comparse nemmeno troppo spaventose.

abi

Wayward Pines, allora, rimanendo all’interno della sua recinzione, poteva descrivere le pulsioni distruttive di una comunità borghese, soffermandosi sulle decapitazioni dei cittadini ribelli che richiamano il resto della popolazione in una sorta di festa di carnevale, di atto sacrificale (nella trilogia, di cui ho letto il secondo capitolo, Il bosco, questo aspetto è raccontato meglio), ma niente, anche qui la cosa è solo suggerita.
Per nove puntate aspettiamo che la serie decolli e ci ritroviamo davanti alle solite pose da duro di Matt Dillon, allo stato confusionale di sua moglie che se ne va in giro per l’intera serie con lo stesso cappotto cammello, e del figlio Ben, assolutamente inespressivo. Attori carismatici come Toby Jones sono sprecati in ruoli che il libro caratterizza meglio (il Pilcher dei romanzi è ben più feroce e determinato, per non parlare di Pam).

WP poteva trasformarsi in una serie sintesi di tutte le serie tv che abbiamo visto fino ad oggi, diventare una sorta di saggio sul mondo dell’intrattenimento odierno e i suoi topic: tecnologia, distopia, privacy, scontro generazionale…
Alla fine rimane un prodotto ben studiato, di successo, ma che non ha spiccato il volo.
Peccato.

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